L’Italia si trova nell’estate 2026 davanti a un nuovo rischio di siccità, soprattutto al Centro-Nord e nel bacino del Po, perché le temperature sopra la media stanno consumando più in fretta le riserve d’acqua accumulate durante un inverno ricco di neve e pioggia, secondo l’analisi della Fondazione CIMA pubblicata nell’Osservatorio Neve e siccità di Lab24. Il confronto con la crisi del 2022, quando oltre 6 milioni di persone nell’area padana furono interessate da restrizioni sull’uso dell’acqua, torna quindi al centro del dibattito. Non siamo, almeno per ora, allo stesso livello di allarme. Ma il quadro, spiegano i ricercatori, va seguito giorno per giorno.
Temperature sopra la media: il caldo accelera il consumo delle riserve
Negli ultimi mesi le temperature in Italia sono rimaste quasi ovunque sopra i valori di riferimento, con anomalie comprese in molti casi tra +1°C e +2°C, in modo più marcato al Centro e al Nord. In alcune zone della pianura Padana, tra Emilia-Romagna e Veneto, lo scarto ha superato anche i +2°C; i primi dati raccolti dalle regioni e organizzati da SNPA per giugno indicano, in alcune aree, valori oltre le medie storiche anche di +4°C. Numeri che, letti in piena estate, pesano.
Il confronto con il 2022 richiede cautela. Maggio 2022 fu in generale più caldo di maggio 2026, ma il trimestre marzo-maggio 2026 è risultato mediamente più caldo dello stesso periodo di quattro anni fa. È una differenza non secondaria, perché il calore prolungato incide sul ciclo dell’acqua: favorisce l’evaporazione dai suoli, aumenta la richiesta idrica della vegetazione e riduce più rapidamente le scorte disponibili. “Serve ancora tempo per dati consolidati”, osserva la Fondazione CIMA, ricordando che l’estate è appena entrata nella sua fase più delicata.
Piogge irregolari e maggio secco: il Nord resta osservato speciale
Sul fronte delle precipitazioni, il periodo compreso tra marzo e maggio 2026 mostra un’Italia divisa. Al Nord e lungo l’arco tirrenico le piogge sono state lievemente sotto media, con riduzioni in genere tra -30% e -50%, e punte oltre il -50% in alcune aree alpine o basso-tirreniche. Altrove, in particolare lungo la costa adriatica meridionale, si sono registrati surplus anche superiori al +50%. Ma spesso, precisano i ricercatori, si è trattato di episodi brevi, intensi, concentrati in poche ore.
Il mese di maggio 2026 è stato invece secco su gran parte del Paese, con deficit marcati sia al Nord — dalle Alpi agli Appennini emiliani — sia al Centro-Sud. Alcune eccezioni, come l’alta Toscana, derivano ancora una volta da eventi improvvisi, non da una distribuzione regolare delle piogge. Rispetto al 2022, il quadro resta meno compromesso: allora le anomalie negative erano diffuse e spesso ben oltre il -50% in ampie porzioni d’Italia. Eppure il segnale non è trascurabile, perché le piogge discontinue aiutano poco quando il terreno è già sotto stress.
Neve fusa prima del previsto: cosa succede al bacino del Po
La principale differenza rispetto alla grande siccità del 2022 sta nella neve. Dopo tre anni di accumuli scarsi, l’inverno 2026 aveva riportato il bacino del Po vicino alla media storica, grazie a nevicate generose sull’arco alpino. Una notizia positiva, almeno all’inizio. Poi è arrivato il caldo, e con esso una fusione nivale più rapida del normale: la risorsa idrica immagazzinata nella neve è defluita nel fiume prima dei tempi consueti, portando la situazione a valori solo lievemente migliori rispetto all’inizio di maggio 2022.
Questo non significa che l’acqua dell’inverno sia andata perduta. È entrata nel sistema, ha alimentato corsi d’acqua e falde, ma lo ha fatto in anticipo. Il punto, spiegano gli esperti, è proprio questo: in un clima più caldo, anche una stagione ricca di precipitazioni può garantire protezione per meno tempo. In alcune aree, poi, il quadro è più fragile. Nel Triveneto e lungo gli Appennini, l’accumulo idrico nivale dell’inverno 2026 è rimasto sotto media, con valori simili a quelli osservati nel Nord-Est durante il 2022. Una fotografia non uniforme, fatta di differenze locali che contano molto per agricoltura, invasi e gestione dei fiumi.
Non è ancora il 2022, ma il monitoraggio resta decisivo
Il bilancio tra evapotraspirazione e precipitazioni mostra criticità crescenti sull’arco Padano e nel basso Tirreno. In parole semplici: in alcune zone l’acqua che torna in atmosfera dal suolo e dalla vegetazione supera, o tende a superare, quella che arriva con la pioggia. Lo squilibrio è alimentato sia dalle precipitazioni ridotte sia dalle alte temperature, che aumentano la domanda idrica. La situazione, secondo la Fondazione CIMA, è simile per dinamica a quella del 2022, ma meno estesa sul territorio.
Un altro indicatore da seguire è l’umidità dei suoli. Già a fine maggio sono emerse criticità moderate, anche se meno diffuse rispetto a quattro anni fa. È però un dato mobile, che può cambiare in pochi giorni con un temporale o peggiorare rapidamente durante un’ondata di caldo. Per questo i ricercatori invitano ad attendere i rilevamenti dei primi dieci giorni di luglio per un quadro più solido.
Alla domanda se l’Italia rischi una crisi come quella del 2022, la risposta oggi è: non ancora. Le buone precipitazioni invernali hanno dato un margine, soprattutto nel bacino del Po. Ma quel margine si sta riducendo. “Serve un monitoraggio intenso e continuativo”, ha spiegato Francesco Avanzi della Fondazione CIMA, perché il caldo può spingere il ciclo dell’acqua verso condizioni di scarsità prima che l’emergenza sia visibile. La fase attuale, aggiungono gli esperti, non è legata agli effetti di El Niño, attesi semmai dal prossimo inverno secondo i modelli climatici disponibili. È, piuttosto, il segno di temperature elevate che rendono più fragile la gestione dell’acqua, stagione dopo stagione.
