Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza destina circa 22 miliardi di euro alle aree interne italiane — quei territori periferici che ospitano oltre 13 milioni di persone, quasi un quinto della popolazione nazionale — con l’obiettivo dichiarato di ridurre i divari territoriali accumulati in decenni. Eppure, secondo l’analisi condotta da Fondazione Openpolis, il rischio concreto è che lo strumento pensato per colmare queste distanze finisca invece per ampliarle: i comuni più fragili, quelli che avrebbero maggiore bisogno degli investimenti, sono proprio quelli che restano più indietro nell’attuazione. Il paradosso del PNRR nelle aree interne non è solo un problema tecnico di rendicontazione: riguarda direttamente la qualità della vita di milioni di persone.
Oltre 3.800 comuni coinvolti, ma i numeri nascondono forti squilibri
L’Italia conta più di 3.800 comuni classificati come aree interne, distribuiti su tutto il territorio nazionale, dalle valli alpine agli Appennini centrali, dalla Sicilia interna alla Sardegna. Si tratta di territori caratterizzati da distanza dai servizi essenziali — scuole, ospedali, stazioni ferroviarie — e da un progressivo svuotamento demografico che si autoalimenta: meno servizi significano meno residenti, e meno residenti rendono più difficile mantenere i servizi.
Il PNRR nelle aree interne ha distribuito le risorse su un ampio ventaglio di settori. Oltre un quinto dei fondi è destinato ai servizi educativi, a conferma che l’istruzione rimane uno dei nodi strutturali del divario territoriale. L’efficienza energetica assorbe circa il 18% degli investimenti, con interventi che riguardano edifici pubblici, scuole e strutture comunali. Seguono infrastrutture digitali, mobilità e servizi sociosanitari.
Guardando però ai dati sull’avanzamento, emerge una fotografia più complessa. Se circa il 70% dei progetti complessivi nelle aree interne risulta concluso, la distribuzione interna è tutt’altro che omogenea. I progetti di minore entità — spesso forniture, acquisti di attrezzature, interventi di piccola manutenzione — avanzano con maggiore velocità. Sono i lavori pubblici a fare da contrappeso: rappresentano appena il 5,6% del totale dei progetti, ma assorbono circa il 44% delle risorse, quasi 9 miliardi di euro. E solo il 39% di questi cantieri risulta completato o in fase di collaudo.
Il paradosso dei comuni più fragili: più bisogno, meno capacità di spesa
Il nodo centrale identificato da Luca Del Poggetto di Fondazione Openpolis è quello che potremmo chiamare il paradosso della fragilità amministrativa: i comuni che hanno più bisogno degli investimenti del PNRR sono spesso quelli con minore capacità tecnica e amministrativa per gestirli. Piccoli uffici tecnici, carenza di personale qualificato, difficoltà nel gestire procedure di appalto complesse — sono tutti fattori che penalizzano sistematicamente i comuni con meno risorse strutturali.
Questo meccanismo non è neutro dal punto di vista sociale. Significa che le risorse tendono a fluire più facilmente verso i comuni che già dispongono di una struttura organizzativa più solida, mentre i territori con indicatori di benessere più bassi — maggiore povertà, invecchiamento demografico accelerato, servizi più carenti — rischiano di rimanere ai margini anche dell’opportunità straordinaria rappresentata dal Piano. Il risultato è una redistribuzione di fatto che va nella direzione opposta rispetto agli obiettivi dichiarati.
La questione non riguarda soltanto l’efficienza della spesa pubblica in senso tecnico. Riguarda chi beneficia concretamente di quegli investimenti: se una scuola ristrutturata, una rete idrica riparata o un presidio sanitario rinnovato arrivano nei comuni che già funzionano meglio, il divario con i comuni più in difficoltà non si riduce — si allarga.
Lavori pubblici: la sfida più grande e più lenta
La concentrazione di risorse nei lavori pubblici rende questo segmento il vero banco di prova del PNRR nelle aree interne. Quasi 9 miliardi di euro dipendono dalla capacità di completare cantieri in territori spesso difficili da raggiungere, con imprese locali che non sempre hanno le dimensioni per partecipare a gare di appalto strutturate, e con stazioni appaltanti che devono gestire procedure sempre più complesse in tempi stretti.
I ritardi nei lavori pubblici non si traducono solo in percentuali di avanzamento non raggiunte: si traducono in servizi che non partono, in edifici scolastici che restano inutilizzati, in infrastrutture che non entrano in funzione. E poiché il PNRR è uno strumento con scadenze rigide legate agli impegni europei, ogni ritardo porta con sé il rischio di perdere le risorse già assegnate.
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La Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), che accompagna il Piano e ne orienta la logica territoriale, punta a costruire percorsi di sviluppo integrati, non solo elenchi di interventi. Ma la distanza tra la visione strategica e l’attuazione concreta nei singoli comuni è ancora significativa, e il tempo a disposizione si restringe.
Cosa serve per non sprecare questa opportunità
Il problema della capacità amministrativa nei piccoli comuni non è nuovo, ma il PNRR lo ha reso urgente. Alcune direzioni di lavoro sono già state individuate a livello istituzionale: il rafforzamento degli uffici tecnici comunali attraverso assunzioni mirate, la creazione di centrali di committenza sovracomunali che aggreghino la domanda e semplifichino le procedure, il supporto diretto ai comuni nella gestione delle rendicontazioni.
Queste misure non sono sufficienti se rimangono opzionali o se arrivano troppo tardi rispetto alle scadenze già fissate. Il rischio è che si consolidi un meccanismo strutturale per cui i fondi straordinari — europei o nazionali — raggiungano con più facilità chi è già più attrezzato per riceverli, lasciando indietro chi ne avrebbe più bisogno.
Per approfondire i dati sull’attuazione del PNRR nelle aree interne, l’analisi completa di Fondazione Openpolis offre un quadro dettagliato e aggiornato dei progressi per tipologia di intervento e categoria di comune.
I 22 miliardi destinati alle aree interne rappresentano un’occasione reale per invertire tendenze consolidate. Ma un’occasione non è ancora un risultato. La differenza tra le due dipende dalla capacità del sistema — istituzionale, tecnico, politico — di garantire che le risorse arrivino dove servono davvero, e non solo dove è più facile farle arrivare. Per i 13 milioni di persone che vivono in questi territori, la posta in gioco è concreta: servizi migliori, comunità più vitali, o l’ennesima promessa rimasta sulla carta.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
