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La sindaca giapponese che rompe il tabù del congedo di maternità

Donna incinta in abiti professionali in un ufficio comunale giapponese, accanto a un tavolo con documenti Una giovane amministratrice in ufficio comunale: un’immagine che richiama il dibattito sul congedo di maternità per chi ricopre cariche elettive in Giappone.

La sindaca di Yawata, Shoko Kawata, 35 anni, ha annunciato in Giappone che da fine luglio si assenterà dall’incarico per un congedo di maternità legato alla nascita del figlio, prevista a metà settembre, aprendo un caso politico e sociale in un Paese dove le donne nelle istituzioni restano ancora poche.

Shoko Kawata e il congedo che rompe una consuetudine

Per circa due mesi prima del parto e altri due dopo la nascita del bambino, Shoko Kawata non guiderà direttamente l’amministrazione di Yawata, città della prefettura di Kyoto. La decisione, comunicata agli uffici comunali e poi diventata tema nazionale, la rende la prima sindaca in carica del Giappone a prendere un congedo di maternità durante il mandato. Un passaggio che, in altri contesti, sarebbe apparso ordinario. Qui no.

Kawata era stata eletta nel 2023, a 33 anni, diventando la più giovane sindaca del Giappone. Da allora ha rappresentato, anche suo malgrado, un volto raro nella politica locale giapponese: donna, giovane, alla guida di un municipio. Secondo quanto riportato dai media locali, l’amministratrice ha spiegato di voler affrontare la gravidanza “senza rinunciare alle responsabilità pubbliche”, ma anche senza ignorare le necessità fisiche legate al parto. Una frase semplice. È bastata per accendere il dibattito.

La tutela assente per chi ricopre una carica elettiva

Il nodo, più che personale, è giuridico. In Giappone, le dipendenti comunali hanno diritto a 16 settimane di congedo di maternità, secondo le norme previste per le lavoratrici subordinate. Per una sindaca, però, non esisteva un protocollo equivalente: chi ricopre una carica elettiva non rientra nella stessa disciplina, perché non è considerata dipendente dell’ente che amministra.

A Yawata, il caso ha costretto gli uffici a muoversi su un terreno poco battuto. La gestione quotidiana del Comune sarà affidata ai funzionari e agli amministratori competenti, secondo le procedure interne, mentre Kawata resterà formalmente in carica. Non un’assenza privata, dunque, ma una sospensione temporanea dell’attività diretta. “Non pensavo che avrebbe provocato una reazione così ampia”, avrebbe confidato la sindaca, secondo ricostruzioni della stampa giapponese. Solo allora il tema è uscito dai confini municipali.

La vicenda ha messo in luce una zona grigia della legislazione nipponica: le tutele esistono per molte lavoratrici, ma non sempre seguono le donne quando entrano nelle istituzioni. E questo, hanno osservato alcune associazioni per la parità, rischia di scoraggiare l’accesso femminile alla politica locale, dove orari lunghi, presenza pubblica e aspettative sociali pesano ancora molto.

Le critiche e il sostegno nel dibattito pubblico giapponese

Le reazioni sono state divise. Una parte dell’opinione pubblica ha accusato Kawata di anteporre la vita personale al mandato ricevuto dagli elettori. Il commento più duro è arrivato da Toshio Tamogami, ex capo di stato maggiore dell’aeronautica giapponese e oggi figura della destra nazionalista, che su X ha scritto di provare “un forte senso di disagio” davanti a una persona con un incarico pubblico che, a suo dire, “si prende una vacanza così lunga”.

Quelle parole hanno rimbalzato rapidamente sui social giapponesi, tra messaggi di approvazione e risposte indignate. Molti utenti hanno contestato proprio l’uso del termine “vacanza”, ritenuto offensivo verso una gravidanza e verso il lavoro di cura. Altri, invece, hanno sostenuto la posizione di Tamogami, chiedendo che chi guida una città garantisca presenza continua. Un confronto ruvido, a tratti personale.

Dall’altra parte, diverse voci hanno difeso la sindaca di Yawata, definendo il suo congedo un passaggio necessario per rendere più accessibili le cariche pubbliche alle donne. Alcune attiviste hanno ricordato che la politica giapponese continua a essere costruita su un modello maschile: disponibilità totale, reti informali serali, carriere lunghe e spesso poco compatibili con maternità e lavoro di cura. “Se una sindaca non può partorire senza essere accusata, il problema non è lei”, ha scritto una commentatrice su un quotidiano nazionale.

Il divario di genere resta il nodo del Giappone

Il caso Kawata arriva mentre il Giappone continua a fare i conti con un forte divario di genere. Nell’ultimo rapporto del World Economic Forum, il Paese si è classificato al 118esimo posto su 148 nella graduatoria globale, scendendo al 125esimo nella categoria dedicata all’empowerment politico. Numeri che raccontano una presenza femminile ancora limitata nei luoghi decisionali, dai parlamenti locali al governo centrale.

La nomina di Sanae Takaichi a prima donna primo ministro del Giappone, avvenuta lo scorso anno, non ha cancellato questa distanza. Ha avuto un valore simbolico, certo, ma non ha modificato in modo netto la struttura della rappresentanza. Pochi giorni fa, inoltre, la riforma della legge sulla Casa Imperiale ha confermato l’esclusione delle donne dal Trono del Crisantemo, un altro segnale della lentezza con cui il Paese affronta i rapporti tra tradizione, potere e parità.

Per questo il congedo di maternità di una sindaca di provincia è diventato qualcosa di più di una scelta individuale. A Yawata, città ordinata e lontana dai grandi palazzi di Tokyo, si discute ora di regole, ruoli familiari, aspettative pubbliche. Kawata, intanto, ha scelto di non fare marcia indietro. Resterà assente per il tempo necessario, poi tornerà in municipio. Con un figlio, e con una questione aperta davanti al Paese.

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