Abderrahim Fakir, 42 anni, è stato ripreso a terra ancora legato con fascette a caviglie e braccia dietro la schiena mentre i soccorritori tentavano di rianimarlo, in un video di un minuto e 14 secondi consegnato nelle scorse ore all’Ansa dai legali della famiglia e ora acquisito dalla Procura di Bologna, che indaga per chiarire cause e circostanze della morte dell’uomo.
Il video acquisito dalla Procura di Bologna
Nel filmato, girato nei momenti successivi all’intervento delle forze dell’ordine, si vede Abderrahim Fakir a terra, immobilizzato, con quattro operatori della Croce Rossa attorno a lui. Due soccorritori eseguono le manovre di rianimazione: uno pratica le compressioni toraciche, l’altro si occupa della ventilazione. Sul corpo dell’uomo, secondo quanto emerge dalle immagini descritte dai legali, sono visibili anche i fili del defibrillatore.
Accanto al 42enne, in ginocchio, compare anche un agente della Polizia. La scena dura poco più di un minuto, ma per i familiari e per i loro avvocati rappresenta un passaggio centrale nella ricostruzione di quanto accaduto. Non è l’unico documento video finito agli atti: la Procura ha acquisito anche altri filmati realizzati dai residenti della zona e le immagini delle bodycam di uno dei due agenti intervenuti.
La denuncia del legale: “Dovevano liberarlo”
A puntare l’attenzione sulle condizioni in cui Fakir sarebbe stato soccorso è l’avvocato Fabio Anselmo, che assiste i familiari dell’uomo. “Il volto è insanguinato e ha macchie marroni scure per lo spray al peperoncino spruzzato da molto vicino. La rianimazione avviene mentre è ancora legato”, ha detto il legale, parlando del contenuto del video consegnato all’agenzia.
Secondo Anselmo, il punto non riguarda solo la sequenza dei soccorsi, ma anche ciò che sarebbe dovuto accadere prima. “I sanitari sono stati costretti a effettuare quelle manovre quando Fakir era ancora ammanettato e legato: questo non è ammissibile, perché gli agenti avrebbero dovuto liberarlo”, ha spiegato. Una frase netta, che riporta al centro dell’inchiesta il tema dell’immobilizzazione e dei tempi con cui sarebbe stata rimossa, o non rimossa, durante l’intervento medico.
Il video, proprio per questo, viene considerato dai legali della famiglia un elemento nuovo. Non chiarisce da solo l’intera dinamica, ma mostra una fase precisa: quella in cui la rianimazione è già in corso e l’uomo, in base alle immagini, risulta ancora vincolato. Saranno i consulenti e gli investigatori, solo dopo l’analisi tecnica, a stabilire il peso di quei fotogrammi.
La ricostruzione contestata della colluttazione
L’avvocato Anselmo contesta anche la versione secondo cui prima dell’intervento ci sarebbe stata una colluttazione tra Fakir e alcune persone presenti sul posto. “Sfido chi sostiene la ricostruzione della presunta colluttazione tra alcuni presenti e la vittima a mostrarne le immagini: non possono esistere, perché non è mai esistita”, ha dichiarato il legale, lasciando intendere che i filmati disponibili racconterebbero una dinamica diversa.
Per la difesa dei familiari, nelle immagini si vedrebbe piuttosto “solo un movimento inconsistente della vittima”, che avrebbe colpito un’auto. “A seguito di quel colpo cade in terra e poi arrivano gli agenti”, ha aggiunto Anselmo. È su questa sequenza — il gesto verso la vettura, la caduta, l’arrivo della Polizia — che si concentra ora una parte degli accertamenti.
La Procura dovrà mettere in fila i diversi materiali: i video dei residenti, quello diffuso dai legali, le registrazioni delle bodycam e le testimonianze raccolte sul posto. Un lavoro minuto, fatto di orari, angolazioni e audio da confrontare. Perché in vicende di questo tipo, spesso, sono pochi secondi a cambiare il senso di una ricostruzione.
I precedenti segnali di disagio psichico
Intanto emergono elementi sulle condizioni personali e sanitarie di Abderrahim Fakir nelle settimane precedenti alla morte. Secondo quanto riferito dall’Ansa, il 12 giugno l’uomo era stato segnalato a Castello d’Argile, sempre in provincia di Bologna, come molesto all’interno di un’area condominiale. I carabinieri, intervenuti sul posto, lo avevano allontanato; non risultano però denunce legate a quell’episodio.
Otto giorni più tardi, il 20 giugno, Fakir era entrato al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna per problemi psichici. Anche questo dato è ora parte del contesto che gli inquirenti stanno valutando, pur senza trarre conclusioni affrettate. Le condizioni dell’uomo, il tipo di intervento richiesto e la gestione dei momenti precedenti al decesso restano infatti al centro degli accertamenti.
La famiglia, attraverso i propri legali, chiede che ogni passaggio venga verificato senza zone d’ombra. Gli investigatori, dal canto loro, procedono acquisendo documenti e immagini. La domanda di fondo resta la stessa: cosa sia accaduto davvero negli ultimi minuti di vita di Abderrahim Fakir, e se qualcosa, in quei minuti, potesse essere fatto diversamente.
