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Legge elettorale, la maggioranza inciampa sulle preferenze alla Camera

Aula parlamentare con deputati ai banchi e tabellone elettronico di voto con luci rosse e verdi sullo sfondo Tensione in Aula durante una votazione, con il tabellone elettronico sullo sfondo e deputati che discutono ai banchi.

La Camera ha bocciato oggi, martedì 14 luglio 2026, a Montecitorio, con voto segreto, l’emendamento alla legge elettorale presentato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc sulle preferenze, aprendo un caso politico nella maggioranza perché la proposta è stata respinta per un solo voto: 188 no contro 187 sì. Il testo, numerato 1.1077, prevedeva di affiancare al capolista bloccato la possibilità per gli elettori di indicare fino a tre preferenze nella stessa lista. In Aula, per qualche secondo, il tabellone ha gelato i banchi del centrodestra. Poi sono partite le reazioni, dure, da entrambe le parti.

Camera, voto segreto e maggioranza battuta sulle preferenze

La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze è arrivata nel passaggio più delicato dell’esame della legge elettorale, con lo scrutinio segreto chiesto dalle opposizioni e autorizzato dalla presidenza della Camera per una parte consistente delle votazioni. I gruppi di Pd, M5S e Avs, con Chiara Braga, Riccardo Ricciardi e Luana Zanella, avevano domandato che l’intero provvedimento fosse votato in segreto; la presidenza ha accolto la richiesta per circa un centinaio di emendamenti, per gli articoli 1, 2 e 3 e, secondo quanto comunicato in Aula, anche per il voto finale nei casi ammessi dal regolamento. Il presidente di turno Fabio Rampelli ha spiegato che lo scrutinio segreto può essere concesso “per tutte le proposte emendative e gli articoli del provvedimento per cui sussistono i requisiti”, annunciando la distribuzione di una tabella con l’elenco delle votazioni ammesse. Una procedura tecnica, certo. Ma da quel momento il margine politico della maggioranza si è fatto più stretto.

Meloni parla di “palude”, Schlein attacca: “Il governo ha fallito”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affidato ai social la sua reazione dopo il voto: “Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude”. Per la premier, l’emendamento respinto “per un solo voto” rappresenta “un’occasione persa per gli italiani”, perché avrebbe consentito, nelle intenzioni della maggioranza, una maggiore possibilità di scelta dei parlamentari. Poi l’affondo alle opposizioni: “La scena dell’opposizione che esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto”. Dai banchi del centrosinistra, però, la lettura è stata opposta. La segretaria del Pd Elly Schlein, intervenendo in Aula, ha parlato di un voto “contro l’arroganza” della premier e ha invitato la maggioranza a prenderne atto: “Avete fallito, è il momento di tornare a casa”. Parole tese, pronunciate mentre nel centrodestra si cercava di capire chi, nel segreto dell’urna, avesse votato contro o si fosse sfilato. Anche Riccardo Magi, segretario di +Europa, ha definito il risultato “un voto di sfiducia piena verso il governo Meloni”, sostenendo che l’esecutivo “non ha più i numeri” sulla riforma.

Tajani e Lupi frenano: “Incidente di percorso, si va avanti”

Nel centrodestra, la linea ufficiale è stata quella di contenere l’impatto politico della sconfitta sulla legge elettorale. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, parlando a margine della festa della Repubblica francese a Palazzo Farnese, a Roma, ha definito il voto “un incidente di percorso” e ha aggiunto che “non era la fiducia al governo”. Un modo per separare il dossier parlamentare dalla tenuta dell’esecutivo. Più prudente, ma non meno netto, il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi, secondo cui “il valore politico di quel che è accaduto non si nasconde”. Lupi ha ammesso che “c’è una riflessione da fare”, ma ha escluso che sia corretto sospendere i lavori sul testo. Solo se l’intera proposta di legge fosse bocciata, ha spiegato, si aprirebbe “una riflessione più ampia”. In Transatlantico, intanto, diversi deputati della maggioranza hanno parlato a bassa voce di “segnale da non ignorare”. Nessuno, almeno pubblicamente, ha indicato responsabili. Il voto segreto, in questi casi, protegge e complica.

Cosa prevede la riforma: premio di maggioranza, premier indicato e voto ai fuorisede

Il testo della nuova legge elettorale prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, fino a un tetto di 220 eletti nel primo ramo del Parlamento e 113 nel secondo, alla coalizione che raggiunga almeno il 42% dei voti. Se nessuna coalizione arriva a quella soglia, oppure se Camera e Senato danno esiti diversi, si passa a un proporzionale puro. Il sistema mantiene le liste bloccate nei collegi plurinominali, mentre il premio viene distribuito attraverso listini circoscrizionali. Dopo il voto di oggi, la parte legata alle preferenze dovrà essere riscritta o accantonata. Restano aperti altri nodi: l’alternanza di genere, che nel testo della maggioranza scatterebbe dal terzo nome in lista, e l’indicazione del candidato premier al momento del deposito del contrassegno, previsione contestata dalle opposizioni come una forma di “premierato senza riforma”. In commissione è già passato anche un emendamento che esenta dalla raccolta firme le forze politiche con un gruppo parlamentare costituito entro il 2025, misura criticata da +Europa e dai gruppi vicini al generale Roberto Vannacci. Sul tavolo ci sono inoltre la revisione della circoscrizione Estero, con la riduzione delle aree geografiche, e il voto dei fuorisede, che potrebbe essere consentito a chi vive da almeno nove mesi in una circoscrizione diversa da quella di residenza, previa iscrizione in un albo comunale. La partita, dopo il voto di Montecitorio, resta aperta. E più fragile di prima.

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