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Specchio delle mie brame

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Ormai che io sia una groupie di Tlon (progetto filosofico di Andrea Colamedici e Maura Gancitano) è cosa risaputa. Potevo non parlarvi dell’ultima fatica letteraria di Maura, soprattutto se tratta di bellezza e patriarcato? Domanda retorica, lo so.
È uscito lo scorso maggio e ovviamente l’ho divorato come tutti i libri precedenti dell’autrice. “Specchio delle mie brame – la prigione della bellezza” ripercorre le tappe storiche, perché di evento storicamente determinato si tratta, che hanno portato alla creazione di un mito che col tempo si è fatta gabbia e che, anche se colpisce in larga misura le donne, non risparmia del tutto neppure gli uomini.
Il mito della bellezza è stato concepito come tecnica politica di esercizio del potere ed è una costruzione piuttosto recente; nel tempo infatti le idee su ciò che fosse giusto considerare “bello” sono cambiate tantissimo, ogni epoca ha avuto le sue preferenze al riguardo. Con la nascita della società borghese però avviene un cambiamento pericoloso, la bellezza subisce uno spostamento di significato diventando uno strumento di controllo, ed è emblematico che tutto ciò accada in un momento in cui le donne acquistano maggiore libertà, rischiando di sovvertire l’ordine sociale e soprattutto la cultura dominante, quella dell’uomo. “Le streghe non vengono più bruciate, tutt’ al più sono invitate a depilarsi e a vestirsi come è decoroso che sia”. Tutto questo non fa che generare una incredibile ansia da prestazione, non ci sentiamo degne di rispecchiare il concetto di femminilità che la società ci impone e allora vai di acquisti compulsivi, nuove creme, nuovi trattamenti, nuovi abiti, in una ridicola corsa in cui siamo sempre destinate a perdere perchè è impossibile stare al passo con le nuove scoperte, perché quelle sì che ci renderanno attraenti agli occhi di chi guarda. La pubblicità svolge un ruolo chiave in tutto questo meccanismo, meccanismo che sembra facile da smascherare ma purtroppo non è così. La pubblicità è lo specchio dello sguardo egemone, quello maschile e “risponde alla mancanza di senso della società di massa e alla paura di perdere tutto, di non essere niente”.
Come ha scritto Wolf (citato dalla Gancitano): “Tutte le volte che ignoriamo o non ascoltiamo una donna alla televisione o sulla stampa perchè la nostra attenzione è stata attratta dalla sua taglia, dal suo trucco, dal suo abbigliamento o dalla sua pettinatura, il mito della bellezza funziona al meglio della sua efficienza”. Ora, a voler essere davvero onesti, a chi non è mai successo? Perfino a noi che ci vantiamo di essere femministe o progressiste; qui sta il punto, il mito è talmente radicato nella coscienza collettiva che non ci accorgiamo nemmeno più che ci siamo dentro, fino al collo: “Si tratta di una grammatica con cui siamo stati programmati, e che dunque è molto difficile da estirpare”. Ma “criticare e giudicare l’aspetto fisico di una persona non significa prendersi cura della sua salute, ma partecipare al processo sociale che le impedirà progressivamente di capire cosa desidera e come si sente davvero nel proprio corpo”.
Il mio prof di filosofia al liceo ci ripeteva sempre (per questioni diverse ma il concetto resta valido): se un evento, un qualsiasi evento è storicamente determinato, allora è storicamente superabile. E quindi ci auguriamo che lo sia anche la costruzione del mito della bellezza, che di bellezza ne abbiamo bisogno ma nel suo significato più autentico che nulla ha a che vedere con le stupide regole, i limiti e i vincoli che la società ci impone pur di essere considerate “belle”.
Per la scrittrice è importante recuperare l’enigma della bellezza, che ha accompagnato tutta la storia della filosofia, per iniziare a disinnescare tutti i pensieri negativi sul nostro corpo: iniziamo a prenderci cura di noi, iniziamo a fiorire, cerchiamo di riconquistare il senso della nostra esistenza andando alla ricerca di quel daimon interiore che da sempre, guida le nostre vite. Difficile ma non impossibile.
Un libro necessario.
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