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Breve storia del colore rosa

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“Noi le mascherine rosa non le indossiamo. Non fanno onore alla divisa”.
È di qualche giorno fa la notizia sulle mascherine che i poliziotti di alcune questure (Pavia, Varese, Ferrara, Siracusa, Bologna e Venezia) avrebbero rifiutato di indossare perché non adatte all’immagine della polizia. Il motivo? I dispositivi di protezione individuale da utilizzare durante il servizio sarebbero Ffp2 di colore rosa. Da qui la polemica e la decisione del sindacato di polizia Sap di scrivere al capo della Polizia Giannini per chiedere di ritirarle:
“Sulla base del giuramento fatto, è necessario che l’uniforme venga portata con decoro e rispetto per l’Istituzione a cui si appartiene. Soprattutto in un momento storico, in cui la narrativa ci racconta di una crescente avversione nei confronti delle Forze dell’Ordine, diventa necessario adottare sobrietà e rispetto per le divise indossate. Cose che devono far parte dell’ambito di chi è chiamato a far rispettare le regole. Diventa pertanto sconsigliato l’uso di accessori non idonei e che non rappresentano l’amministrazione”.
Ammetto, da donna, di essermi innervosita leggendo la notizia. Perché le mascherine rosa lederebbero l’immagine dell’istituzione? Ma poi, in un momento così delicato, in cui tante famiglie hanno difficoltà a comprare le mascherine e a cui una fornitura del genere, gratis, farebbe davvero comodo, perché questionare sui colori? Guardare il dito e non la luna? Poi, passata la rabbia, mi si è accesa la lampadina: ricordavo di aver letto qualcosa a proposito del rosa e della storia di questo colore in “Cose spiegate bene – Questioni di un certo genere”, la rivista de Il Post (che vi consiglio caldamente).
Non voglio dilungarmi troppo ma il punto è che si tratta solo di una convenzione sociale e non è neppure sempre stato così. Nel diciottesimo secolo ad esempio era perfettamente usuale per un uomo indossare un abito di seta rosa con ricami floreali. I bambini e le bambine fino ai 6 anni, inoltre, erano vestiti di bianco per motivi di natura pratica: gli abiti e i pannolini bianchi infatti erano più semplici da lavare.
Il rosa e il blu furono introdotti nell’abbigliamento per bambini nella metà del diciannovesimo secolo ma senza particolari significati. Uno dei primi riferimenti in tal senso si trova nel libro Piccole donne di Louisa May Alcott dove un nastro rosa è usato per identificare la femmina e uno azzurro il maschio. L’usanza però viene definita dalla scrittrice come “moda francese” (ah, questi francesi e i loro vezzi) come a dire che non era ancora una regola riconosciuta ovunque.
Nel 1918, Earnshaw’s Infants’ Department, rivista specializzata in vestiti per bambini, specificava anzi che “la regola comunemente accettata è che il rosa sia per i bambini, il blu per le bambine. Questo perché il rosa è un colore più forte e deciso, più adatto ad un maschio, mentre il blu, che è più delicato e grazioso, è più adatto alle femmine”. Il rosa veniva visto più vicino al rosso, ovvero un colore virile legato agli eroi mentre il blu veniva associato al colore del velo della Vergine Maria. Praticamente esattamente il contrario di quanto accade oggi.
Le cose iniziarono a cambiare tra gli anni Trenta e Quaranta: gli uomini cominciarono a vestire con colori sempre più scuri, associati al mondo degli affari e l’abbigliamento di bambini e bambine iniziò a venire differenziato in età sempre più giovane, anche a causa della crescente diffusione delle teorie di Freud legate alla sessualità.
Negli anni Cinquanta avvenne una precisa assegnazione dei colori: il rosa finì per essere associato alle bambine (pensiamo alla bambola Barbie) mentre il blu ai bambini, percorso che trovò il suo compimento negli anni Ottanta in cui si imposero definitivamente una serie di stereotipi legati all’infanzia e al mondo dei giocattoli: soldatini e costruzioni per i maschi, bambole e pentoline per le femmine. Parliamo di strategie di marketing. Pubblicità, nient’altro.
In sintesi: sorvolando sul fatto che nel 2022 non dovrebbero più esserci “cose da maschio” e “cose da femmina”, che si tratti di colori, mestieri o altro, il punto è: dov’è finita la curiosità? Viviamo in mondo in cui basta cliccare su Google per avere accesso a miliardi di informazioni, che vanno sicuramente controllate, verificate eccetera ma ci sono e sono alla portata di tutti. A nessuno è venuto in mente di controllare prima di scrivere lettere accorate contro il rosa? Da dove viene questa apatia, questo disinteresse?
L’origine della filosofia e dunque del pensiero viene dalla curiosità e un mondo senza curiosità, in cui non si hanno dubbi e in cui non ci si pongono domande, è francamente un mondo che non mi piace. E che mi spaventa anche un po’.
Per concludere: “Se la materia grigia fosse un po’ più rosa, il mondo avrebbe le idee meno nere”. Pierre Dac
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