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Ius soli: Letta e gli #italiani senza cittadinanza

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Nel suo intervento all’Assemblea del Partito Democratico Enrico Letta ha dichiarato: “sarebbe molto importante che questo del governo Draghi sia il periodo per far nascere la normativa di civiltà dello Ius soli, che io rilancerò”. Questa affermazione ha stupito il mondo politico e gli stessi osservatori. Non certo per il tema, ritenuto identitario per i Democratici, ma per la scelta dei tempi. In effetti molti esponenti della Destra, ribadendo la loro assoluta contrarietà, hanno accusato il nuovo Segretario di mettere a rischio la stabilità del Governo appena nato. Anche a Sinistra, a ben vedere, l’accoglienza è stata piuttosto fredda.

Eppure nei giorni successivi Letta è tornato sull’argomento dimostrando che non si è trattato di un’affermazione avventata o di circostanza, ma di un’opzione convinta e consapevole. Infatti, oltre alle evidenti ragioni di giustizia e di umanità, ha chiarito che questa scelta si colloca nel contesto del “disastro demografico” che l’Italia attraversa e nel quadro dell’assoluta necessità di rilanciare il ruolo dei giovani. Sollecitato dai giornalisti ha spiegato che con lo Ius soli “si parla delle persone che sono italiane a tutti gli effetti, che sono nate qui e parlano italiano ed è giusto che abbiano un giorno la cittadinanza italiana”.

Le affermazioni di Letta consigliano di riconsiderare con attenzione il contenuto della lettera aperta inviata dal movimento #italiani senza cittadinanza al Premier nei giorni della costituzione del Governo.

“Egregio Professor Mario Draghi, in questi giorni sta ascoltando le parti sociali per impostare il suo programma di governo. Tra queste parti mancheranno gli italiani senza cittadinanza: più di un milione di ragazze e ragazzi nati e/o cresciuti in Italia che ancora oggi non vengono riconosciuti dal loro stesso Stato. Che ha preferito emarginarli, rendendoli di fatto ancora più vulnerabili e legando la loro vita a un permesso di soggiorno. Stiamo parlando di quasi il 2% della popolazione del Paese che si troverà a governare. Condividiamo la sua idea che per gestire al meglio le incertezze del presente e vincere le sfide del prossimo futuro bisogna investire prima di tutto sull’istruzione e più in generale sui giovani.

Bisogna investire sulla scuola che già da questo anno è tornata ad impartire lezioni di educazione civica. Serve coltivare il valore dei diritti e delle Istituzioni come strumento per la loro tutela, e educare alla cittadinanza attiva. Ci chiediamo allora in che modo il corpo docente possa spiegare a una larga parte degli studenti perché lo Stato non li riconosce come cittadini. Benché facciano già parte integrante della vita quotidiana del Paese. E perché il loro riconoscimento sia trattato come un problema di sicurezza nazionale. Nel nostro Paese c’è un accanimento politico e burocratico nei confronti del nostro stesso avvenire.

Non possiamo considerarci cittadini con gli stessi diritti degli altri. Con la stessa possibilità di accedere al lavoro e alla professionalizzazione, all’Università, al Programma Erasmus, alle visite studio. Con la possibilità di votare chi amministra le nostre Città, i territori in cui viviamo da decenni. Questa condizione significa anche non avere diritto alla propria identità, ad essere ciò che si è. Significa quindi vivere traumi psicologici. Subire minacce come quella di essere deportati (o addirittura “portati” per la prima volta) in un altro Paese, lontano dalla propria vita e dai propri affetti. Sono più di dieci anni che lottiamo per la riforma della legge 91/1992 che disciplina l’acquisizione della cittadinanza italiana, ormai completamente inadeguata per l’Italia di oggi e grande minaccia per la coesione sociale da lei invocata. Per questo chiediamo di inserire nel programma del Governo, che è stato incaricato di formare, un impegno chiaro e concreto per questa riforma in questa legislatura.

E’ necessario agire subito, abbattendo alcuni requisiti per la domanda di cittadinanza e i tempi di attesa per l’ottenimento. In particolare bisogna rivedere i tempi di presenza in Italia richiesti e i requisiti legati al reddito, che ci penalizzano ancor di più in quanto parte di una generazione precaria e sfruttata. Con queste parole vogliamo rivendicare il diritto di un Milione di persone ad essere quello che già sono, italiane e italiani. Questa riforme è un investimento fondamentale per il nostro Paese, per tutte e tutti noi. Siamo noi la Next Generation EU, la Next Generation Italia. Le porgiamo i nostri più distinti saluti e le chiediamo di essere ricevuti per un confronto. A nome delle nuove generazioni di italiani”.

Nulla da aggiungere. Speriamo soltanto che il Governo e le forze politiche non perdano anche questa occasione per restituire a tutti i giovani italiani l’attenzione e la centralità che meritano.

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