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Divorzio all’italiana: mezzo secolo di un diritto

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Non sono sposata, né mai lo sarò. Non ho mai creduto nel vincolo legale, né tantomeno sacro, del matrimonio. Forse sono, quindi, la persona meno adatta per esprimere considerazioni sul divorzio. Non che mi manchi il romanticismo o che non sia una convinta sostenitrice dell’amore, in tutte le sue diverse sfaccettature. Al contrario. Amo l’amore, e tutti i diversi sentimenti che porta con sé, con tutta me stessa. Così come credo nei legami, quelli che nascono all’improvviso o quelli che sono frutto di un percorso più lungo, di scoperta e conoscenza profonda dell’altro. Legami che durano tutta la vita o che sono destinati a spezzarsi con la stessa rapidità con cui si sono creati.

Quello con cui vado decisamente meno d’accordo – è un mio limite, me ne rendo conto – è il “per sempre”, “per tutta la vita”, “fin che morte non ci separi”. Non so spiegare il perché, ma l’idea di decidere oggi, sulla fiducia, che qualcosa o qualcuno mi accompagnerà per tutto il resto dei miei giorni è qualcosa che non mi mette a mio agio. Forse è qualcosa che ha a che fare con l’estremo bisogno di libertà che mi caratterizza. Che poi, a conti fatti, è un’esigenza di libertà più mentale e psicologica che reale. O forse è solo un atto di estrema sincerità nei confronti della persona che amo. Come dire: oggi ti amo e sono felice di condividere i miei giorni con te, magari questo amore durerà tutta la vita e ne sarò ben lieta, ma non chiedermi di prometterti oggi che domani ci sarò ancora, perché potrei non rispettare questa promessa.

Dopo queste considerazioni, sarà più semplice, per voi, comprendere come sia più facile per me credere nel divorzio che nel matrimonio. Si tratta di una provocazione, sia chiaro. Nella mia vita potrei citare innumerevoli esempi di matrimoni perfetti, di persone che si amano oggi più di ieri, che non vorrei divorziassero per nessuna ragione al mondo. Ma mi piace pensare che, qualora volessero, ne avrebbero la facoltà. Torniamo al concetto di libertà, che si sposa appieno con quello di diritto. Se ho la libertà e il diritto di diventare tua moglie, devo poter avere anche la libertà e il diritto di tornare sui miei passi, di interrompere quel legame, di iniziarne un altro e di diventare la moglie di un altro uomo se lo desidero.

Un diritto che oggi suona come una banalità, ma che 50 anni fa, quando la legge sul divorzio entrò in vigore, così banale non lo era affatto. Basta rivedere alcuni passaggi del docufilm “Comizi d’amore” di Pier Paolo Pasolini per rendersi conto come, nel 1965, il divorzio per molti era concepito come qualcosa di impensabile. Così come quasi 10 anni dopo, nel 1974, il 40,74% degli italiani votò a favore dell’abrogazione di tale diritto. Fortunatamente la restante parte degli elettori disse “no”, chiedendo di mantenere al suo posto quella possibilità introdotta 4 anni prima dal Parlamento.

Da quel primo dicembre è passato mezzo secolo, di cose ne sono cambiate tante e lo stesso iter per il divorzio è diventato anche molto più breve. E’ innegabile che, da quel momento, si aprì una importante stagione di conquista di diritti civili legati alla famiglia, soprattutto a beneficio delle donne (basti pensare all’abolizione del delitto d’onore avvenuta solo nel 1981). Restano tuttavia alcuni aspetti che, seppur decisamente smussati con il tempo, restano ancora da migliorare: dal mantenimento previsto per il coniuge alla gestione dei figli. Si tratta di punti che spesso sembrano ancora fermi a una società che oggi non esiste più, fatta di donne che senza un uomo non avevano di che vivere, di padri chiamati solo a provvedere al sostentamento economico dei propri figli e non a partecipare in maniera presente e attiva alla loro crescita, e altri aspetti decisamente retrò.

Invece di limitarsi a celebrare la ricorrenza, dunque, perché non provare ad adeguare le norme ai tempi moderni?

Il direttore

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