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Quel pasticciaccio brutto dei direttori dei super musei

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L’Italia è il Paese della bellezza, della storia, dell’arte, della cultura, dei musei. Ma purtroppo è anche il Paese della burocrazia lenta, degli iter complicati, dei ricorsi “facili”, della polemica ad ogni costo e della strumentalizzazione politica di ogni singola mosca che vola.

Un esempio eclatante di quanto appena detto è arrivato questa settimana dalla bufera che si è abbattuta sui musei italiani e sui loro direttori. Come la maggior parte di voi saprà, infatti, nei giorni scorsi il Tar del Lazio ha bocciato la nomina di cinque dei venti direttori dei super-musei italiani, accogliendo un paio di ricorsi presentati da candidati esclusi. In particolare le nomine bloccate sono quelle delle Gallerie Estensi di Modena, del Museo archeologico nazionale di Taranto, del Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, del Museo archeologico nazionale di Napoli e del Palazzo Ducale di Mantova. In quest’ultimo caso, la nomina del direttore è stata contestata perché si tratta di uno straniero, Peter Assmann, mentre negli altri casi le contestazioni del Tar ruotano intorno alle procedure di selezione finale dei candidati, definite “criptiche e involute”, e a presunti colloqui a porte chiuse, avvenuti anche tramite Skype, che “non avrebbero garantito i principi di trasparenza e parità di trattamento dei candidati”. A salvarsi per il rotto della cuffia, almeno per il momento, è stato invece il direttore del Parco archeologico di Paestum Gabriel Zuchtriegel, per via di un errore di notifica del provvedimento.

Alla sentenza del Tar, il ministro Dario Franceschini è andato comprensibilmente su tutte le furie, ricorrendo al Consiglio di Stato e chiedendo la sospensiva, che proprio ieri però è stata bocciata in attesa dell’appuntamento con la Camera di Consiglio per la trattazione collegiale della vicenda, fissato per il 15 giugno.

Intanto la commissione Bilancio della Camera ha approvato un emendamento alla manovra, soprannominata “salva-musei”, che prevede che non si applichi il limite della cittadinanza alle procedure di selezione internazionale. “Il percorso di giustizia amministrativa seguirà il suo iter, questa è una norma interpretativa che fa chiarezza e toglie ogni dubbio”, ha commentato il ministro.

Ecco, partirei proprio da qui per dare un commento a questa vicenda. Lungi da me il voler criticare l’operato dei giudici del tribunale amministrativo, che devono prendere le proprie decisioni in piena autonomia e serenità e che senza dubbio avranno avuto tutte le ragioni giuridiche per accogliere i ricorsi dei ricorrenti e bocciare le nomine dei 5 direttori. Così come non mi sento di criticare – ci mancherebbe – la decisione di quei candidati esclusi di voler esercitare un proprio diritto rivolgendosi al Tar per fare chiarezza su una selezione in cui ritengono di essere stati penalizzati. Ma consentitemi di dire che non posso non dare ragione al ministro Franceschini quando dice che “l’Italia ha fatto una figuraccia davanti al mondo intero” e quando teme che questo contrattempo – che ha già visto la sostituzione ad interim dei 5 direttori coinvolti – possa rappresentare una battuta d’arresto per le attività dei musei soprattutto in vista della stagione estiva e di una serie di appuntamenti culturali già in calendario all’interno dei 5 super-musei.

Ma allora di chi è la colpa in questa vicenda? Riprenderei quelle parole del ministro, “norma interpretativa che fa chiarezza e toglie ogni dubbio”, perché almeno per quanto riguarda l’aspetto relativo ai direttori stranieri è proprio questo il problema: la poca chiarezza della norma. E per fortuna aggiungerei, perché pensare davvero che nel 2017 ci possa essere una legge che impone che il diritto di dirigere un museo italiano spetti solo a un italiano è tanto anacronistico quanto preoccupante. E non solo perché nel resto d’Europa invece questi problemi non se li pongono – vedi la National Gallery che ha un direttore italiano o il British Museum, coordinato da un tedesco -, ma perché è assurdo che oggi la nazionalità valga più del curriculum, a maggior ragione se parliamo del settore turistico e culturale in cui – lasciatemelo dire, seppur con un velo di amarezza – abbiamo molto ancora da imparare dagli altri Paesi europei.

La chiarezza, dicevamo. Si fanno ogni giorno leggi in cui l’interpretazione è sempre lasciata alla discrezionalità di chi la applica, o del giudice chiamato a valutarne l’applicazione. Eppure l’italiano è una delle lingue più ricche e variegate per cui basterebbe scegliere con cura le parole, semplificare il più possibile, per non doversi poi ritrovare di fronte a delle vere e proprie “supercazzole”.

Infine un ultimo commento vorrei farlo sui “presunti” colloqui fatti tramite Skype. Ma davvero nel 2017 ci scandalizziamo per un colloquio fatto in videoconferenza? In un periodo storico in cui si predilige sempre di più la formula del lavoro agile, in cui le riunioni di lavoro hanno lasciato spazio quasi ovunque alle “conference call” e in cui ogni giorno, davanti a un monitor, vengono sottoscritti contratti e accordi milionari tra soggetti seduti dalla parte opposta del mondo, sentir puntare il dito contro un colloquio svolto tramite Skype, soprattutto in un concorso internazionale come quello di cui stiamo parlando, è davvero preistorico.

Ecco, la storia lasciamola all’interno dei musei, proteggiamola e valorizziamola, anche attraverso direttori che arrivano da altri Paesi d’Europa se è quella la scelta migliore, ma noi cerchiamo di adeguarci al futuro e facciamolo il prima possibile.

Il direttore

Vignetta di copertina: Freccia.

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