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La mafia diventa materia di studio all’università, è una svolta storica

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Una buona notizia forse passata in sordina e che proprio per questo merita più voce: il Ministero della Pubblica Istruzione ha inserito nei programmi di studi universitari il dottorato sulla criminalità organizzata. Dunque la mafia, il rapporto tra questa e lo Stato, l’economia e la corruzione – argomenti attuali e urgentissimi – saranno oggetto di studio approfondito da parte di chi sceglierà di intraprendere questo percorso.

Stiamo parlando di un’iniziativa che non ha precedenti, del tutto nuova per il nostro Paese.

I corsi sono già iniziati all’Università Statale di Milano, tenuti da Nando della Chiesa (docente di Sociologia della Criminalità Organizzata presso la Facoltà di Scienze Politiche Economiche e Sociali), che tra le altre cose nello stesso ateneo insegna anche Organizzazioni Criminali Globali, Sociologia e Metodi di Educazione alla Legalità, Gestione e Comunicazione di Impresa.

L’aspetto molto interessante di tutta questa questione sta nella modalità attraverso la quale le lezioni si svolgeranno nel tempo, una maniera del tutto innovativa che non ha niente a che fare con i vecchi modelli di lezione frontale. Saranno invece proposti incontri con esperti del settore, viaggi organizzati allo scopo di vedere con i propri occhi quello che le cronache ci hanno raccontato per decenni, seminari, approfondimenti. Non solo aule, testi e lezioni alla vecchia maniera ma infinitamente di più, come con ogni evidenza richiede la trattazione di un argomento così complesso come il mondo della criminalità organizzata e i flagelli che le orbitano intorno.

Di un certo rilievo sono le parole di Nando della Chiesa che vi riportiamo per intero: «L’idea è di offrire ai dottorandi la possibilità di conoscere, nei primi due anni – il terzo sarà quasi totalmente dedicato alla ricerca e alle tesi – tutti i maggiori studiosi della tematica criminale, una trentina.  Ad essi verrà chiesto di tenere ciascuno “la lezione della loro vita” sull’argomento sul quale ritengono di aver portato nella loro vita il maggior contributo. L’incontro dei laureati avviene, dunque, non solo con un insieme di conoscenze, ma anche con una biografia, una storia contestualizzata».

Un dottorato, assicurano, che ha contemplato il massimo livello di formazione accademica, inserendo dopo attente riflessioni tutti quegli elementi innovativi nati dall’osservazione della realtà quotidiana, prevedendo una partecipazione in prima persona del dottorando, fuori dagli schemi accademici classici. L’università italiana si cimenta dunque in una nuova sfida che prevede anche un laboratorio biennale di giornalismo antimafioso, una mossa audace ma necessaria e – come fanno giustamente notare dall’ateneo – in un periodo di spending review.

Questo, in estrema sintesi, il percorso dei futuri dottorandi: “Sociologia della criminalità organizzata”, “Legalità difficile” (vale a dire studi approfonditi su Asinara, Cinisi, Casal di Principe, Ostia e Capo Rizzuto), corso post laurea in “Scenari internazionali della criminalità organizzata e della fondazione dell’Osservatorio ad essa dedicato (il Centro di ricerca interdipartimentale).

Dalla Chiesa è entusiasta, comprensibilmente, perché per una volta c’è «da far invidia agli stranieri». Impossibile dargli torto perché, come peraltro sottolinea lo stesso docente, il fatto che l’università convogli i suoi sforzi per studiare seriamente la mafia costituisce un passaggio storico importantissimo da un punto di vista scientifico-culturale. Il che, tradotto in termini ancora più semplici, significa che finalmente il massimo problema della storia d’Italia diviene materia di studio, che è il modo forse migliore per lanciare un segnale forte di presenza di legalità.

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