Perché Felicità Pubblica

Felicità Pubblica, nome insolito per un portale che intende parlare di economia, sostenibilità, responsabilità. I più esperti penseranno immediatamente ad Antonio Genovesi e alla sua scienza della “pubblica felicità”. Altri a Stefano Zamagni e Luigino Bruni e ai loro approfondimenti sull’economia civile. Certamente siamo debitori verso questi ultimi, ma a noi piace pensare alla Felicità Pubblica e all’economia civile non solo in termini disciplinari; ci interessa ancor più la pluralità di significati e di esperienze che queste espressioni evocano anche tra coloro che esperti non sono. La felicità è, forse, la prima aspirazione dell’uomo; e decisiva è la consapevolezza che questa non possa esaurirsi in una dimensione individuale. Felicità pubblica vuol dire anche “star bene” insieme, in un ambito collettivo, nella reciprocità, nella relazione tra le persone.

Felicità Pubblica inizia a prendere forma oltre un anno fa, nella fase di avvio della discussione sulla riforma del Terzo Settore. In quei giorni Renzi dichiarò: “Lo chiamano terzo settore, ma in realtà è il primo”. Ci siamo chiesti a lungo se non fossimo di fronte soltanto a un’espressione retorica, ma l’idea che in quelle parole ci fosse un fondamento di verità iniziò a farsi strada. Primo settore perché sono tante le persone che, in ruoli diversi, concorrono alla vita di associazioni, cooperative, fondazioni, comitati in una molteplicità di aree di attività? Primo settore perché se si riuscisse ad avere una visione unitaria di questi mondi scopriremmo anche dimensioni economiche assolutamente ragguardevoli? Ancor più se iniziassimo ad allargare lo sguardo anche alle realtà della finanza etica e dell’impresa low profit. Primo settore perché opera in alcuni ambiti assolutamente prioritari per la nostra società, per la nostra convivenza?

Tutto vero, eppure rimaneva una zona d’ombra; qualcosa che contraddiceva fortemente questa ambiziosa definizione. In realtà, per essere “primo settore”, bisogna poter mostrare un adeguato livello di coesione e di unitarietà, avere caratteristiche comuni chiare ed evidenti. Oggi così non sembra. Tutti percepiamo l’estrema frammentazione di queste realtà, la loro variegata composizione che porta a far prevalere i singoli ambiti di riferimento rispetto alla comune appartenenza. Eppure, a ben vedere, questi singoli “segmenti” hanno indiscutibilmente valori comuni: il rispetto e la valorizzazione della persona, il bene comune e i beni comuni, il senso della comunità, la sfida dell’intraprendere, la dignità del lavoro, la ricerca della felicità individuale e collettiva, la solidarietà. Allora, se provassimo per una volta, a mettere al centro della nostra attenzione le esperienze in cui questi valori si concretizzano e si incontrano, piuttosto che sottolineare distinzioni e specificità? Se provassimo a concentrare l’attenzione sulle cose in comune piuttosto che sulle differenze? Forse riusciremmo a trovare una “dimensione” al tempo stesso più autentica e più rilevante di questo mondo.

Felicità Pubblica ha questa ambizione: orientare lo sguardo verso le attività economiche e sociali che quotidianamente si misurano con i temi della sostenibilità, della responsabilità, dell’equità; uno sguardo “largo”, appunto, che tenga insieme profit e non profit, pubblico e privato, imprese e associazioni.

Vogliamo “scoprire” queste realtà per portarle in evidenza e raccontarle a un pubblico vasto, costituito da tutti coloro che hanno a cuore la propria comunità e il bene comune. Ci sembra necessario “scoprire” e raccontare queste esperienze perché, come spesso accade per le cose preziose, restano nascoste e silenti. Abbiamo estremo bisogno di conoscere quanto di buono matura attorno a noi, di condividere valori, esperienze, saperi e strumenti per favorire incontri, scambi, collaborazioni.

Felicità Pubblica ha l’ambizione di mettere al centro i valori comuni che collegano esperienze organizzative per troppo tempo percepite come conflittuali: cooperazione e volontariato, pubblico e privato, profit e non profit. Vorremmo che le distinzioni, invece, riguardassero altri aspetti: legalità e illegalità, responsabilità e irresponsabilità, sostenibilità e insostenibilità, interesse comune e speculazione individuale, rigore e spreco, e via dicendo.

Solo un’ultima riflessione. Abbiamo più volte sottolineato il nostro interesse per i valori alla base dell’economia civile. Ebbene, in questo lavoro di ricerca e di narrazione vorremmo porre particolare attenzione a distinguere le esperienze autentiche dalle operazioni di facciata. Senza moralismi fuori luogo, ma chi dichiara di far propri principi di responsabilità, sostenibilità, equità non può limitarsi ad affermazioni generiche, o peggio, tradire le attese e mettere in campo meri interventi di immagine. Forse non saremo “alla moda” ma per noi, soprattutto oggi, lavorare con coerenza e rigore costituisce un impegno preciso.

Valerio Roberto Cavallucci
Barbara Scutti
Maria Pia Rana