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“Il dito di Dio – Voci dalla Concordia” di Pablo Trincia

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Lo ammetto, non sono una grande amante dei podcast. Non ho mai amato i programmi radiofonici e ho sempre preferito o la lettura o le immagini, certa che, per rendere una narrazione lunga anche avvincente, fosse difficile (se non impossibile) utilizzare solo la voce. Ma nei giorni scorsi ho avuto modo di ricredermi piacevolmente ascoltando “Il dito di Dio – Voci dalla Concordia”, il podcast di Pablo Trincia sul dramma della nave da crociera della compagnia Costa naufragata davanti all’Isola del Giglio. A distanza di 10 anni da quell’incidente – che sembra accaduto ieri dal momento che quasi tutti abbiamo ancora negli occhi l’immagine del grande gigante appoggiato sul fianco a pochi metri dall’isola – il giornalista ha scelto di ricostruire tutti i passaggi di quel naufragio avvenuto il 13 gennaio del 2012 che causò la morte di 32 persone, di cui 5 membri dell’equipaggio e 27 passeggeri, tra cui una bambina di appena 8 anni affogata insieme al suo papà.

Il dito di Dio è una produzione Spotify Studios in collaborazione con Chora Media, scritto da Pablo Trincia con Debora Campanella, che si compone di 8 puntate da circa 45 minuti l’una in cui si dà voce ad alcuni dei protagonisti dell’incidente – passeggeri, soccorritori, membri dell’equipaggio – a cui si aggiungono gli audio originali di quella drammatica notte. Il tutto arricchito da una capacità narrativa priva di retorica, vittimismo o sensazionalismo, che rende il podcast allo stesso tempo reale, asciutto ma ugualmente carico di intensità. Rabbia, commozione, apprensione sono i sentimenti che, puntata dopo puntata, il racconto di Pablo Trincia suscita nell’ascoltatore che viene coinvolto a tal punto da ritrovarsi quasi a bordo di quell’immensa città galleggiante trasformatasi in una corsa di sola andata per 32 persone e in un viaggio all’inferno per tutte le 4.229 persone a bordo.

Si parte dall’eccitazione della partenza e dallo stupore della grandezza della nave e dei servizi offerti a bordo per poi arrivare alle concitate fasi dell’incidente, ai tentativi disperati di mettersi in salvo, alle delicate operazioni di salvataggio. Senza tralasciare gli aspetti legati alle motivazioni dell’incidente – l’ormai noto “inchino” fatto dal comandante Schettino su richiesta di un componente dell’equipaggio che voleva salutare in maniera originale sua madre, una donna anziana residente sull’isola che per il freddo non uscì neanche di casa a vedere la nave – o ai ritardi nella comunicazione di emergenza e di abbandono nave. Così come nella narrazione trovano spazio la generosità degli isolani e il senso del dovere di chi contribuì a salvare tante vite anche mettendo a rischio la propria.

Ma quello che, almeno ai miei occhi, prevale è soprattutto il sentimento dell’amore e dell’altruismo: quello di un padre malato di cuore che mette in salvo tutta la sua famiglia prima di lasciare che le forze gli vengano meno, quello di una madre che racconta una bugia alla figlia per paura che rinunci alla sua salvezza per soccorrerla, quella di un cameriere che si toglie le scarpe per darle a una donna rimasta scalza, quella di un amministratore locale che, senza pensarci due volte, percorre la rotta contraria a bordo di una scialuppa per salire sulla nave che affonda correndo il rischio di morire a sua volta pur di dare una mano.

Cosa dire di più: complimenti a Pablo Trincia e ascoltatelo perché sono certa che non ve ne pentirete!

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