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“E’ stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino

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Il maestro Paolo Sorrentino torna e non delude. Al contrario, il suo nuovo film “E’ stato la mano di Dio” piace ed emoziona più degli altri. Probabilmente perché questa volta, pur senza rinunciare a personaggi grotteschi e surreali, il regista napoletano offre al pubblico una storia autobiografica che non ha bisogno di convincere nessuno, perché è frutto di un vissuto autentico e doloroso.

Il premio Oscar Sorrentino, infatti, ha scelto di portare sul grande schermo la sua adolescenza, il dramma del suo lutto più grande, la nascita della passione per il cinema, i primi amori e le prime frustrazioni. Il tutto, nella meravigliosa e contraddittoria cornice di Napoli che, come gli ricorda il regista Capuano nella pellicola, “è mai possibile che questa città non ti fa venì in mente niente da raccuntà”. E con un mito sullo sfondo, Maradona, che compare solo una volta di sfuggita, ma che accompagna il protagonista in tutto il film, come una sorta di Dio a cui riservare la propria devozione ciecamente. Un Dio che non lo ha messo al mondo, ma che, inconsapevolmente, ha fatto sì che lui da questo mondo non andasse via troppo presto.

Ed è proprio il suo di mondo, quello più intimo e personale, che Sorrentino porta sullo schermo come una sorta di esercizio psicanalitico, come una lettera d’amore e odio scritta alla sua città, una lettera di affetto e recriminazione indirizzata ai suoi genitori che, loro malgrado, lo hanno abbandonato troppo presto e, non ultimo, una lettera rivolta a sé stesso e un invito a non “disunirsi”.

Un film più intimo, più familiare, più legato alle piccole cose del quotidiano rispetto ai capolavori precedenti, quello messo in scena da Sorrentino, ma in cui la firma del regista è inconfondibile. E non soltanto dal punto di vista tecnico, impeccabile come sempre, o nella scelta dei protagonisti, con l’immancabile Tony Servillo affiancato da attori di grande spessore. Ma soprattutto per la sua capacità di dar vita a personaggi tanto grotteschi e bizzarri all’apparenza, quanto sensibili e reali nel momento del bisogno, alla sua abilità nel raccontare il disagio, la solitudine e il senso di vuoto che può dare un abbandono (così come una società in cui non ci si riconosce), ma anche la delicatezza, l’affetto, la tenerezza di un abbraccio o di un sorriso che ci sono stati e il cui ricordo continueremo a portare dentro di noi.

Perché la vita è fatta soprattutto di sentimenti, come quelli erotici rivolti verso una zia prorompente, di ammirazione verso il proprio idolo calcistico, di affetto per la propria famiglia, di appartenenza verso la propria città o di ambizione verso il mondo del cinema. Perché la vita è fatta soprattutto di amore e, qualsiasi forma esso assuma, non bisogna mai sottovalutare le sue conseguenze, proprio come ci ha insegnato Sorrentino qualche anno fa.

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