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Greta e la carica dei giovanissimi attivisti ambientali di tutto il mondo

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Che mondo lasceremo ai nostri figli? Una frase che molto spesso abbiamo sentito pronunciare da genitori preoccupati per il futuro dei propri bambini o adolescenti sui più svariati argomenti: lavoro, povertà, ambiente e molto altro.

Ma da qualche anno sembra che le cose siano nettamente cambiate. E non perché siamo di fronte a genitori incoscienti o snaturati, quanto piuttosto perché sono gli stessi adulti di domani che chiedono a gran voce di essere ascoltati, considerati e, soprattutto, pretendono maggiore tutela per il Pianeta che dovranno abitare ancora per molto tempo.

Ad aprire la strada agli attivisti “teen” è stata senza dubbio Greta Thunberg, la ragazzina svedese che abbiamo conosciuto con le trecce e l’impermeabile giallo durante le prime manifestazioni solitarie fuori dalla sua scuola e che, in poco tempo, ha fatto il giro del mondo sfidando i potenti della Terra per chiedere una maggiore attenzione al problema globale del clima.

Dopo di lei sono stati tanti i giovanissimi che hanno aderito alle campagne Friday for Future e sono diventati, pian piano, dei veri e propri portabandiera nei rispettivi Paesi, ma anche al di fuori dei confini nazionali, di questa marcia. Giovani la cui voce si è fatta sentire forte e chiara nei giorni scorsi, sia in occasione della COP26 a Glasgow dove Greta e i suoi “compagni” del Friday for Future MAPA (Most Affected People and Areas) sono saliti a bordo della nave Rainbow Warrior dalla quale hanno dichiarato senza mezzi termini che “i veri leader non sono là dentro, i veri leader siamo noi” e che “i leader mondiali dovrebbero stendere il tappeto rosso alle persone più colpite da questa doppia crisi climatica e sanitaria, non negare loro di partecipare alla COP26”.

Ma chi sono questi giovani attivisti che, in ogni parte del mondo, hanno deciso di scendere in campo per proteggere il proprio Pianeta? Proviamo a conoscerli meglio.

Francisco Javier Vera Manzanares ha 12 anni, è colombiano e l’8 ottobre è stato il primo bambino della storia del Paese a parlare di fronte alla Corte Costituzionale per rivendicare i diritti della sua generazione a un futuro. Il giovane attivista è già stato minacciato di morte per aver parlato della necessità di proteggere il Pianeta, ma non si è lasciato intimorire. “Le voci dei bambini devono essere ascoltate”, ha dichiarato. “Dobbiamo anche essere parte del processo decisionale perché è il nostro presente e il nostro futuro”.

Xiye Bastida. Ha 19 anni ed è un’attivista messicano-cilena. È una delle principali promotrici del Fridays for Future New York City ed è stata una voce di spicco per la visibilità indigena e immigrata nell’attivismo climatico. Fa parte del comitato amministrativo del People’s Climate Movement ed è co-fondatrice di Re-Earth Initiative.

Vanessa Nakate. Ventiquattro anni, ugandese, aveva iniziato uno sciopero solitario contro la negligenza nei confronti della crisi climatica, sedendosi fuori dal Parlamento dell’Uganda nel 2019. Da allora ha raccolto l’impegno di tantissimi giovani africani, fondando la Youth for Future Africa e il movimento Rise Up, con sede in Africa.

Evelyn Acham. Anche lei rappresenta una giovane voce degli ambientalisti ugandesi ed è leader del movimento Rise Up con l’amica di sempre Vanessa Nakata.

Jonathan Bonifacio, attivista di Fridays for Future Philippines. “Le Filippine sono uno dei Paesi più colpiti del Pianeta”, ha ricordato. “L’anno scorso abbiamo vissuto quattro tifoni nell’arco di un mese. Viviamo già in un inferno”.

Mitzi Jonelle Tan, attivista filippina dai capelli rosa, poco più che ventenne, si batte per diffondere la consapevolezza sui disturbi mentali causati dal cambiamento climatico. Un “climate trauma”, di cui lei stessa soffre, derivante dall’essere continuamente sottoposta a tifoni, sempre più violenti e frequenti a causa del cambiamento climatico. Ansia, attacchi di panico “la paura di affogare nella mia stanza”, sensazioni ricorrenti che “mi fanno sentire senza speranze e senza voglia di vivere”.

Dominika Lasota. Ha 20 anni, è polacca e seguendo l’esempio di Greta ha organizzato regolari eventi di sciopero scolastico per il clima nel suo Paese e ha chiesto alla sua scuola di condurre un audit delle sue emissioni di gas serra.

Edwin Namakanga. Ha 27 anni, è un attivista ugandese e nei giorni scorsi è salito anche lui sul Rainbow Warrior dal quale ha dichiarato: «Siamo solo quattro attivisti ma rappresentiamo milioni di persone e le nostre voci devono essere ascoltate».

Timoci Naulusala delle Isole Fiji ha parlato ai leader del mondo a Bonn quando aveva 12 anni per la Settimana Nazionale del Clima, raccontando il disastro che nel febbraio del 2016 sconvolse il suo Paese colpito dal ciclone Winston che uccise 44 persone.

Aditya Mukarji, il piccolo indiano che ha varato una campagna contro le cannucce di plastica nel marzo del 2018; in soli 5 mesi è riuscito a convincere hotel e ristoranti di Nuova Dehli a eliminare mezzo milione di cannucce. “Quando i bambini parlano di ambiente, la gente ascolta”, ha dichiarato.

E ancora Jakapita Kandanga (24 anni, Namibia), Maria Reyes (19 anni, Messico), Farzana Faruk Jhumu (22 anni, Bangladesh), a loro volta al fianco di Greta e gli altri alla COP26.

Ridhima Pandey, che aveva nove anni nel 2017 quando denunciò il governo indiano davanti a un tribunale accusandolo di non combattere contro il cambiamento climatico.

Nina Gualinga, piccola indigena dell’Amazzonia ecuadoregna che nel 2018 ha vinto il massimo premio del WWF per i giovani ambientalisti.

Autumn Peltier della tribù canadese degli Anishinaabe, quindicenne e ormai veterana delle battaglie per l’acqua pulita.

Jamie Margolin che a soli 14 anni quando ha iniziato a organizzare manifestazioni pubbliche a favore dell’ambiente nella sua città natale, Seattle, per poi fondare “Zero Hour”, un gruppo in difesa del clima guidato da giovani che organizza marce e manifestazioni.

Hirsi Omar, 16 anni, ha fondato il gruppo statunitense Youth Climate Strike, rappresentanza americana di un movimento globale di attivisti climatici. Come direttore esecutivo del movimento, il suo contributo è stato fondamentale nell’organizzazione degli scioperi contro il climate change negli Stati Uniti.

Mari Copeny, che è anche conosciuta come “Little Miss Flint”, è diventata famosa quando nel 2016, a soli 8 anni, scrisse una lettera al presidente Barack Obama sulla crisi idrica di Flint, nel Michigan. Dopo aver letto la sua lettera, Obama volò a Flint, accendendo i riflettori su una crisi di cui pochi fino a quel momento avevano parlato. Quest’incontro ha spinto Mari a portare avanti la sua missione, diventando il volto noto di molte pubblicità per la Marcia del clima dei popoli.

E’ bene ricordare, infine, che Vanessa Nakate, Mitzi Jonelle Tan, Dominika Lasota e Greta Thunberg hanno lanciato la petizione per fare un appello ai leader mondiali affinché si impegnino per non tradire le promesse fatte sul clima durante la Cop26, e oggi sono già a più di un milione e mezzo di firme raccolte.

Che altro aggiungere? Così giovani e già così determinati, lasciano presagire che il futuro sarà migliore proprio grazie al loro impegno.

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