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Dalla parte di lei di Alba De Céspedes

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Ancora un debito nei confronti del gruppo di lettura “Spazio lib(e)ro”. Questa volta si tratta della mia tardiva scoperta del romanzo di Alba De Céspedes Dalla parte di lei, dato alle stampe per la prima volta da Arnoldo Mondadori nel 1949. Dopo un discreto successo iniziale e un lungo tempo di oblio, l’occasione per tornare a parlare di questa complessa Autrice e del romanzo è offerta dalla recente ripubblicazione (aprile 2021) negli Oscar Moderni Cult, impreziosita da una breve introduzione di Melania G. Mazzucco.

Complessa la figura dell’Autrice, nata a Roma nel 1911, figlia dell’ambasciatore cubano in Italia ed erede di grandi protagonisti della storia dell’isola caraibica. Ebbe grande notorietà nel primo dopoguerra, anche per la direzione della rivista culturale “Mercurio”.  Visse tra l’Italia, L’Avana e gli Stati Uniti, per trasferirsi a Parigi a metà degli anni Sessanta dove restò fino alla morte nel 1997.

Il romanzo rievoca le “vicende familiari e personali” della protagonista, Alessandra, “per raccontare – rigorosamente dalla parte di lei – la storia italiana degli anni a cavallo tra fascismo, Resistenza e ricostruzione”. Ma soprattutto, come ebbe a dire la stessa Autrice, è “la storia di un grande amore e di un delitto”.

Un libro importante che oserei definire “monumentale”, non tanto per le 500 pagine che lo compongono quanto perché si erge come un monumento, nel senso etimologico del termine, per ricordare. Un libro “indimenticabile” per il suo valore, ma anche per quanto racconta, con la dignità del grande romanzo classico.

Colpisce, in primo luogo, una scrittura tesa, serrata, anche quando non ci sono fatti da narrare, capace di restituire con rara efficacia il flusso dei pensieri; una scrittura, nonostante gli anni, assolutamente contemporanea. Sullo sfondo le grandi vicende della fine del fascismo e della Liberazione, anche se le storie raccontate sono esili, senza azione, prive di movimento. Eppure la scrittrice riesce a catalizzare l’attenzione dalla prima all’ultima pagina.

Il titolo, frutto di una felice intuizione dell’editore, chiarisce il senso del lavoro della De Céspedes: descrivere cosa sente Alessandra, le sue aspettative, la sua visione del mondo, la sua interpretazione degli avvenimenti, il suo modo di relazionarsi agli altri, di incontrare gli uomini, di vivere e soffrire l’amore. Per queste ragioni sarebbe bene che il libro entrasse a far parte dell’educazione sentimentale di ogni uomo, una lettura utilissima per evitare gli stereotipi, per non cadere nelle trappole della banalità, della routine.

Ma la De Céspedes regala anche un’affascinante ricostruzione della Resistenza, da un punto di vista del tutto diverso rispetto a quelli cui siamo stati abituati dai grandi scrittori italiani: Cassola, Vittorini, Fenoglio, Pavese. La De Céspedes sembra osservare la Resistenza dal buco della serratura, da uno spiraglio della porta socchiusa, narrando a un tempo il suo vissuto di donna, il “maschilismo resistenziale” e la difficoltà dei partigiani ad adattarsi alla vita del dopoguerra, una sorta di shock post-traumatico ante-litteram.

 Ma il cuore della narrazione consiste nell’aspirazione di Alessandra alla felicità, la ricerca spasmodica dell’amore autentico, pieno, per cui valga la pena vivere. In realtà questa aspirazione si trasforma ben presto in una vera e propria ossessione, in un inseguimento angoscioso.

La protagonista manifesta autentico orrore per il tradizionale rapporto uomo/donna, perché basato sull’ipocrisia, sulla ritualità, sulla banalità, perché incapace di comprendere i sentimenti delle donne. Di contro cerca disperatamente la pienezza della relazione, vissuta nella fase dell’incontro, dell’innamoramento. È questa l’unica possibile dimensione dell’amore, una magia che dovrebbe protrarsi all’infinito. In questo quadro gli innamorati vivono in una dimensione esclusiva, totalizzante che sembra negare ogni socialità, ogni relazione collettiva, sociale. Si può essere felici solo in due, nella piena compenetrazione tra uomo e donna, fuori dal mondo, perché il mondo rappresenta un ostacolo, un pericolo. La felicità è irrimediabilmente privata. L’impegno politico di Francesco, l’amato marito di Alessandra, pur nobile ed eroico, si oppone all’aspirazione alla felicità, distrugge l’amore. Perché l’amore o è totale, esclusivo, avvolgente o non esiste; non sono possibili graduazioni o trasformazioni nel tempo. E così Alessandra andrà incontro a un destino degno di una tragedia greca.

In definitiva la potenza della narrazione e la profondità della ricerca psicologica dalla parte di lei lasciano stupiti e ammirati. Ma l’Autrice sembra pagare pegno a una forte influenza romantica, il dramma individuale si scontra così con la “fissità” di un modello di amore che nega la storia, la comunità, il tempo.

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