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Quest’anno è la volta di incendi al mare

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Ancora una volta l’Italia va in fumo. Succede quasi sempre in estate, in particolare durante il mese del “generale agosto”. Domenica è stata davvero una giornata angosciante. Temperature elevatissime, da togliere il fiato. In cielo altissime colonne di fumo. In Sicilia, in Sardegna, nel mio Abruzzo.  Quest’anno la novità è rappresentata dagli incendi lungo le coste, ai margini delle città. A Pescara è andata a fuoco la zona sud della pineta dannunziana, un polmone verde di circa 53 ettari, più noto come “Pineta D’Avalos” o “Parco D’Avalos”, caratterizzata dal Pino d’Aleppo, dal Pino Marittimo e dal Pino Domestico.
Mentre scrivo queste righe nuovi focolai interessano l’area. In provincia di Chieti la splendida Costa dei Trabocchi è martoriata da incendi. Troppe aree verdi nei Comuni di Ortona, Rocca San Giovanni, Fossacesia, Vasto sono andate in fumo. E questa volte le nubi nere hanno avvolto il mare.

Un dolore infinito trafigge ogni persona sensibile e la rabbia spinge a condividere lo sdegnato e macabro sarcasmo dell’Agenzia funebre Taffo che, rivolgendosi ai piromani, ha scritto: “Se ti piace bruciare, vieni qui che ti cremiamo noi”.

Spesso gli incendi sono stati volontariamente provocati da mano d’uomo e gli inneschi ne sono la prova. Più difficile comprenderne le ragioni. Tempo fa avremmo pensato alla speculazione edilizia, ma le nuove norme escludono questa possibilità. In altri contesti avremmo pensato a qualche sciagurato forestale o vivaista, ma anche questa ipotesi sembra del tutto improbabile. Rimangono i famosi piromani. Ma quanti sono? Sono così bravi da entrare in campo tutti insieme con perfetto coordinamento?

D’altra parte anche le indagini non daranno grandi indicazioni in merito, a guardare quanto successo in passato. Non resta che soffermarci su alcuni dati incontrovertibili. Il primo riguarda i cambiamenti climatici e il susseguirsi di “eventi estremi”. Credo non ci siano più in giro “negazionisti” ma questo non è stato sufficiente per passare dalle parole ai fatti. Al momento tardano sia autentiche politiche di contrasto sia interventi di mitigazione degli effetti. Il secondo dato attiene la scarsissima manutenzione del territorio. Terre abbandonate e campagne incolte caratterizzano i nostri panorami. Ma anche le aree di pregio (siano esse riserve regionali o parchi nazionali), a dispetto delle rigidissime norme, non hanno personale dedicato alla gestione del territorio, dalla figure apicali a quelle addette alla manutenzione. Anche la sorveglianza è scarsissima. Abbiamo riempito le città di telecamere mentre le aree verdi, anche quelle più importanti, siano esse urbane, collinari o montane restano in ombra. D’altra parte non possiamo dimenticare che pochi anni orsono abbiamo smantellato il Corpo Forestale dello Stato con la promessa che il suo assorbimento nell’Arma dei Carabinieri avrebbe portato nuove e più ingenti risorse. Invece è accaduto l’esatto contrario.  Infine anche mezzi e personale dedicati ai soccorsi vanno diminuendo anno dopo anno, in proporzione agli elogi che puntualmente riserviamo ai Vigili del fuoco o ad altri operatori dell’emergenza in caso di catastrofi.

Possiamo così trarre almeno due semplici e sconsolate conclusioni. La prima: siamo un paese di ipocriti, incapaci di qualsiasi coerenza tra affermazioni e azioni. La seconda: nonostante le espressioni altisonanti non ci è affatto chiaro il valore della natura. Teniamone conto in tempi di piani di “ripresa e resilienza”.

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