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Duncan tra Kenya e Italia

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Duncan Okech, Maria Paola Colombo, Tieni il tuo sogno seduto accanto a te, Giunti – Slow Food Editore 2020

Ancora una volta sono debitore al mio gruppo di lettura – “Spazio libero” – per la scoperta di un testo che, altrimenti, non avrei conosciuto. Tieni il tuo sogno seduto accanto a te, pubblicato da Giunti Editore e da Slow Food, narra la storia vera di Duncan Okech. Nato in Kenya nel 1993 e laureato all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, oggi lavora per la Cooperativa Valdibella di Camporeale in provincia di Palermo. Il libro, curato dalla scrittrice Maria Paola Colombo, ripercorre le complesse e dolorose vicende di Duncan dalle sue origini nel villaggio della savana alla convivenza con il fratello a Nairobi, dalla vita di strada tra i cumuli d’immondizia al Giardino dei bambini di papà Moses, dallo “scuola dell’albero” alla preparazione per l’esame di scuola superiore, dal viaggio in Italia alla vita universitaria.

Ma, a mio giudizio, l’aspetto più stimolante, intrigante e coinvolgente consiste nel continuo confronto tra Duncan e il suo amico italiano, Max. In qualche misura questo dialogo mette a nudo le distanze tra l’Africa e l’Occidente, tra il Kenya e l’Italia, ma soprattutto costringe il lettore a fare i conti con sovrastrutture, ideologie, stili di vita e di pensiero tipici del nostro Paese e di larga parte dell’Europa.

Provo a segnalare alcuni passaggi particolarmente significativi.

A pagina 90 Max esprime la sua meraviglia perché scopre che la madre di Duncan è sparita prestissimo dalla sua vita: “Una madre che lascia i suoi figli mi sembra strano. Poteva portarvi con sé”. Le risposta è stizzita: “Non è strano. Lui (il fratello ndr) poteva darci da mangiare, lei da sola con tre figli come avrebbe fatto? Credeva di fare il meglio per noi. Tu non puoi capire. Sei sentimentale, e questa volta in modo sciocco (…) Una madre deve fare quello che è bene per i suoi figli. Bene non è che stiano con lei. Bene è che possano mangiare”. E dopo poche righe aggiunge “Voi siete molto sentimentali. Come se tutte le scelte della vita fossero una questione di cuore. Ma i sentimenti sono un lusso”. I “sentimenti” che ispirano la nostra vita spesso sono devianti, distolgono dal bene e dal giusto, appartengono alla sfera del “lusso”.

Qualche pagina più avanti la riflessione vira sul tema dell’abbandono. “Lasciare andare coloro che amiamo è doloroso, sempre” afferma Max. La risposta di Duncan non ammette repliche: “Quando nasciamo ci separiamo dalla madre con cui eravamo una cosa sola. Comincia tutto da lì. Bisogna imparare a separarsi. A stare da soli. Gli altri ci camminano accanto. Vengono e vanno. Così è la vita”. Non c’è spazio per una rappresentazione idilliaca o anche solo rassicurante della vita, che invece si mostra aspra, dura e ciascuno di noi deve essere attrezzato per affrontarla.

Altro tema ricorrente è quello del rapporto con la ricchezza.  Max si aspetta che Duncan, dopo l’esperienza della povertà estrema, abbia maturato rabbia nei confronti della ricchezza e dei ricchi. Ma Duncan ancora una volta lo spiazza. “Chi, con onestà, potendo scegliere tra essere ricco o povero, sceglierebbe di essere povero?”. “Io”, risponde l’ingenuo amico. E qui le parole si fanno pesanti come macigni, svelando la nostra ipocrisia. “Non è vero. Tu scegli di vivere da povero, ma sai che puoi contare sulla ricchezza se ne hai bisogno o se cambi idea. Questo significa essere ricchi: poter scegliere. I poveri non hanno scelta. Mangiano quello che trovano, quello che ricevono in beneficenza, quello che costa di meno. Non scelgono i vestiti che indossano, né il mestiere che faranno da grandi, perché non possono studiare o se studiano lo fanno nella scuola più vicina, meno qualificata. Così i poveri restano poveri. Uno ricco può scegliere la povertà, come fai tu. Uno povero non può scegliere di essere ricco. Capita che qualcuno salti il muro, ma è un’eccezione. Alla fine, la ricchezza diventa una specie di razza che si perpetua, così la povertà”.

E questa riflessione introduce la distinzione tra beneficenza e giustizia. Diana, ricca occidentale, dopo un duro scontro con papà Moses, da un momento all’altro, lascia senza finanziamenti il Giardino dei bambini che pure aveva sostenuto per anni. “Vedi Max – afferma Duncan –, i bianchi fanno spesso così, in Africa. Si innamorano di una causa che li fa sentire buoni e utili, poi si stancano e la lasciano. Non fanno quello che fanno perché pensano che sia giusto, ma perché pensano di essere generosi. Se non fai più quello che è giusto fare, ti senti in colpa. Se invece smetti di essere generoso, ti limiti a rammentare a te stesso che era un di più, nulla di dovuto. (…) Quello che è giusto resta tale, anche se comporta sacrificio. Quello che è beneficenza, no”. I ricchi sono dediti alla beneficenza, raramente perseguono la giustizia. La ricchezza è nel regno del superfluo, la giustizia in quello del necessario.

Meritano grande attenzione le parole che Duncan dedica all’istruzione. Il racconto dello studio dei ragazzi del Giardino per l’esame della scuola secondaria ha qualcosa di epico, è la narrazione del tentativo di cambiare il corso della propria vita. E quando Max, stupito, afferma che la presenza della polizia nelle aule d’esame è qualcosa di “pazzesco”, che “il carcere per chi copia” è inconcepibile, Duncan replica: “È duro, ma giusto”. E aggiunge: “Il diploma è una cosa molto seria. È lo spartiacque tra chi va avanti e chi resta indietro. Non è giusto che qualcuno rubi il futuro”. Noi occidentali, e ancor di più noi italiani, percepiamo l’istruzione come un obbligo utile ma fastidioso, Duncan come l’unica strada per poter costruire un futuro migliore.

Leggendo le espressioni del nostro amico kenyota si ascolta l’eco di don Lorenzo Milani, della sua “Lettera a una professoressa”. Il sentimentalismo e le “carinerie” portano soltanto in vicoli ciechi. È tempo di tornare a pensieri essenziali, radicali, in grado di tirarci fuori dal pantano dove siamo finiti e riorientare in fretta il nostro cammino.  Il racconto di Duncan può aiutarci a farlo.

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1 Comment
  1. Duncan OKOTH OKECH says

    grazie mille per questa recensione!!!
    il libro riflette ognuno di noi, hai discusso tante tematiche che puoi aiutare questa gestione in tutte parte del mondo.
    un carissimo saluto
    Duncan Okech.

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