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Quando dopo il “game over” non c’è un’altra vita da giocare

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Che immensa tragedia quella che si sta consumando a Gaza!

Nei giorni scorsi il nostro Valerio Cavallucci, tracciando un punto sul conflitto, ha evidenziato: “L’odierna guerra di Gaza sembra la manifestazione più evidente della sconfitta della politica locale, della diplomazia internazionale, dell’opinione pubblica e dei media, in sintesi, una vera e propria sconfitta dell’umanità”.

Questa sconfitta dell’umanità passa soprattutto attraverso la sofferenza delle vittime più fragili, la categoria più indifesa per eccellenza, quella dei bambini.

Sono numeri terrificanti quelli riportati ieri dall’associazione Save the Children: “Nell’ultima settimana sono stati uccisi 58 bambini a Gaza e due nel sud di Israele e più di mille persone, compresi 366 minori, sono rimaste ferite a Gaza, l’equivalente di quasi tre bambini feriti ogni ora, da quando è iniziata l’escalation del 10 maggio tra Israele e gruppi armati nella Striscia”.

Bambini israeliani e bambini palestinesi accomunati da un tragico destino, quello di dover rinunciare alla loro vita o, nella “migliore” delle ipotesi, ai loro studi, ai loro giochi e a tutti i servizi necessari per una crescita serena per colpa di una guerra vera, reale, dove si muore davvero, dove non esiste una seconda vita come nei videogiochi, dove il game over è per sempre.

C’è una poesia che tanti anni fa sui banchi di scuola, durante le mie lezioni di francese, mi colpì particolarmente per la sua delicatezza e alla quale non riesco a fare a meno di pensare quando apprendo della morte di un bambino. E’ stata scritta da Francois de Malherbe in occasione della morte della figlia di un suo amico e, in un passaggio, recita: “Mais elle était du monde où les plus belles choses ont le pire destin. Et rose, elle a vécu ce que vivent les roses, l’espace d’un matin”. (Ma lei era di quel mondo dove le più belle cose hanno il peggior destino, e rosa, lei ha vissuto quel che vivono le rose lo spazio d’un mattino).

A morire a causa di un altro atroce conflitto, vivendo lo spazio di un mattino, sono state nei giorni scorsi anche una cinquantina di studentesse, poco più che bambine, a causa di un’autobomba che ha colpito una scuola a Kabul. Una strage, quest’ultima, che papa Francesco ha definito “un’azione disumana”. Del resto, cosa c’è di più disumano che uccidere dei bambini o privarli del loro futuro?

“Ogni volta che c’è un attacco aereo ci spaventiamo. Appena proviamo a uscire e arriviamo alla porta principale, ne arriva un altro e torniamo dentro il più velocemente possibile. Ogni volta che metto la testa sul cuscino, c’è un altro attacco aereo e mi sveglio terrorizzato”, sono le parole di Khaled un bambino di 10 anni che vive a Gaza.

Se, come ci auguriamo, dovesse sopravvivere, quanti anni impiegherà per cancellare dalla sua memoria quei rumori e dalla sua anima quel terrore? E a quanti altri Khaled, in questo momento, in ogni parte del mondo, stiamo distruggendo per sempre il futuro?

 

Il direttore

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