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“Il ballo delle pazze” di Victoria Mas

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“La fede incrollabile in un’idea porta al pregiudizio. Ti ho già detto quanto mi sento serena da quando ho dei dubbi? Proprio così, non bisogna avere convinzioni, bisogna poter dubitare di tutto, delle cose e di se stessi. Dubitare”. In queste poche parole, scritte dalla capoinfermiera Geneviève a Blandine, la sorella defunta, si cela il senso profondo del bel libro d’esordio di Victoria Mas, Il ballo delle pazze, nella traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca per le Edizioni e/o.

La trama è presto detta. “Fine Ottocento nel famoso ospedale psichiatrico della Salpêtrière, diretto dall’illustre dottor Charcot (uno dei maestri di Freud), prende piede uno strano esperimento: un ballo in maschera dove la Parigi-bene può incontrare e vedere le pazienti del manicomio al suono dei valzer e delle polka. (…) Certo, le internate non sono più tenute in catene come nel Seicento, vengono chiamate isteriche e curate con l’ipnosi, ma sono comunque strettamente sorvegliate, tagliate fuori da ogni contatto con l’esterno e sottoposte a esperimenti azzardati e impietosi. Alla Salpêtrière si entra e non si esce. In realtà buona parte delle cosiddette alienate sono donne scomode, rifiutate, che le loro famiglie abbandonano in ospedale per sbarazzarsene”.

Confesso una buona dose di iniziale diffidenza. Le prime pagine mi hanno lasciato indifferente, quasi infastidito. Questa storia di pazzia, di reclusione manicomiale, a metà strada tra “denuncia” e racconto “rosa” non riusciva a convincermi. Venivano alla memoria le pagine ben più crude e documentate lette negli anni Settanta ai tempi della rivoluzione basagliana o le drammatiche ed evocative liriche di Alda Merini. Allo stesso tempo scorrevano le immagini dei giorni vissuti, da giovane volontario, tra le “pazze” di un Istituto, amabilmente chiamato Casa di Riposo. Cos’altro era possibile aggiungere?

Eppure la forza del racconto ha presto rotto gli argini del pregiudizio e le protagoniste hanno conquistato la mia attenzione. Luoise, Thérèse, Geneviève, Eugénie entrano presto nel cuore e nella mente del lettore. Le loro vicende – apparentemente tanto distanti dalla nostra quotidianità – pian piano prendono forma e le rendono nostre preziose amiche.

Ma, forse, l’aspetto più intrigante è nella descrizione delle loro relazioni.  Geneviève l’arcigna infermiera, Louise la fragile adolescente, Thérèse la saggia e protettiva decana, Eugénie la giovane volitiva borghese vivono fianco a fianco, incrociano i loro destini, danzano sul palcoscenico della Salpêtrière. È vero, tutte sono vittime delle scelte malsane di uomini, ma nel romanzo queste quattro donne oscurano l’universo maschile, lo rendono piccolo, meschino, marginale. Anche il “l’illustre dottor Charcot”, il primario “rockstar”, risulta in fondo ridicolo.

Commuove la solitudine di Geneviève, prigioniera dei suoi sensi di colpa, rifiutata dall’amato padre medico. “Lo sapevo che a forza di lavorare con le pazze saresti diventata pazza…”. Affascina Eugénie, decisa a conquistare a ogni costo la propria libertà, pronta a seguire le voci che portano oltre la morte, a fianco degli adepti del Libro degli spiriti. Una così non può che essere pazza, sostiene Babinski, l’assistente di Charcot. “Per quale motivo si accetta di credere in Dio e non si accetta di credere negli spiriti?” protesta Eugénie. “Credere e avere fede è una cosa. Vedere e sentire i defunti, come sostiene lei, non è normale”, sentenzia il dottore. Eppure la medicina dei luminari della Parigi di fine Ottocento, ai nostri occhi, appare più vicina allo spiritismo del tempo che alla scienza contemporanea.

Stupiscono le ultime pagine del romanzo, con un rovesciamento di fronte che cambia le carte in tavola. Ogni donna, come per incanto, modifica il suo ruolo e inizia a giocare una partita nuova. A ben vedere è la storia di tutti gli “irregolari”: facciamo tanto per classificarli, incasellarli e finiamo, inevitabilmente, per trovarli da un’altra parte. Il pregiudizio cataloga, il dubbio libera. E così, a dispetto delle attese, anche le nostre pazze, così minuziosamente studiate dal dottor Charcot, conquistano nuovi orizzonti.

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