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Non a tutti i costi, ma “direttrice” è meglio

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Caro Direttore (così vuoi essere chiamata),

ho letto con attenzione l’editoriale e avverto l’urgenza di risponderti. Conosci la mia stima nei tuoi confronti e, quindi, penso di potermi rivolgere a te senza giri di parole. Del resto il tono asciutto e perentorio delle tue affermazioni impone una replica altrettanto franca.

Non condivido le tue argomentazioni. Se non ho inteso male interpreti come una forzatura inaccettabile il voler declinare al femminile i sostantivi che designano una professione svolta da donne. Quindi, come Beatrice Venezi è direttore d’orchestra così tu sei il direttore di Felicità Pubblica. “Firmo i miei editoriali con il mio ruolo, ossia “direttore”, e non mi interessa che il mio lettore sappia se sono uomo o donna. A me interessa che trovi interessante quello che scrivo, e non ho bisogno di ribadire che all’anagrafe sono una donna, perché non lo ritengo essenziale”.  Continui la riflessione dichiarando assoluta contrarietà alle quote rosa, mettendo in risalto le “assurdità” che la loro concreta applicazione comporta.

Bene, credo che i tuoi ragionamenti, assolutamente rispettabili, tradiscano la carenza di una visione storica. Provo a spiegarmi. Fai parte di una generazione di giovani donne che si sono affacciate alla vita adulta e professionale all’inizio degli anni 2000, dando per assodata la possibilità di poter ricoprire ogni ruolo nella società, nessuno escluso, anche ai livelli apicali. Sei cresciuta in una famiglia dove, per fortuna, il rispetto per le donne e la loro piena valorizzazione erano valori acquisiti. Nessun obiettivo appare precluso, tutto dipende solo dalle capacità e dalla determinazione. Naturalmente sei troppo avvertita per non cogliere le discriminazioni che ancora permangono ma, a tuo giudizio, si tratta solo di ritardi che, a breve, saranno colmati. Come molte altre donne della tua generazione ti senti di affermare: “Non sono maschilista né tantomeno femminista”.

È proprio qui la questione. Questa sorta di “neutralità” tradisce una sottovalutazione del problema. Il percorso che ha portato alla situazione odierna è frutto di riflessioni e battaglie femminili che meritano una maggiore considerazione e, peraltro, i risultati raggiunti sono continuamente messi in discussione. Pillon e gli antiabortisti, ad esempio, non costituiscono episodi folkloristici destinati a cadere nel vuoto. Sono, al contrario, l’eterno tentativo di portare indietro le lancette della storia. Non esistono risultati irrevocabili, acquisiti una volta per tutte. E poi, siamo ancora molto lontani dal poter affermare che le condizioni di partenza di uomini e donne siano le stesse. Il cammino che resta da fare non è solo un breve ritardo da colmare ma un vero e proprio “salto” sociale e culturale, molto impegnativo. Le stesse quote rosa, che tratti con una certa sufficienza, sono una tappa di questo itinerario. Una parte del movimento femminista ha sempre manifestato fastidio per questo strumento, ritenendolo una “gentile concessione” non priva di mille tranelli. Ma quando si è dovuto constatare che dibattiti, dichiarazioni di principio, battaglie, promesse non davano frutto, allora si è fatto ricorso alla legislazione, per imporre quanto non si riusciva a ottenere. D’altra parte singole donne che sfondano il soffitto di cristallo ci sono sempre state, come tua zia in Consiglio regionale; quanto mancava, e ancora manca, è una presenza estesa, in grado di rappresentare l’universo femminile. Oggi, per fortuna, anche gli uomini più sensibili comprendono che la limitata presenza delle donne nel mondo del lavoro è un vulnus per tutta la società e non solo per una sua parte.

La declinazione al femminile dei sostantivi che designano le professioni non è un capriccio del politically correct o di qualche bizzarra estremista. È un passaggio di questo faticoso cammino. Non ha l’irritante fragranza del salotto bene, quanto l’acre odore dell’escursionista in montagna. Hai ragione quando sostieni che vuoi essere giudicata solo per quello che scrivi, ma questo principio vale sia per un direttore sia per una direttrice. Naturalmente conta quello che si scrive, quello che si dice, quello che si fa, ma conta anche rendere “visibile” che chi scrive, chi parla, chi agisce sia una donna o un uomo, perché così è fatto il mondo.

Sei irritata nel pronunciare parole come avvocata, direttrice, assessora, sindaca, le trovi cacofoniche, ma non hai nessun imbarazzo nel parlare di maestre, pittrici, infermiere, cuoche. Ti confesso che anch’io ho provato qualche fastidio nel dover modificare un linguaggio che ascoltavo e praticavo da molti anni. Dopo poco mi sono convinto che la storia, quella concreta fatta di uomini e donne, modifica le abitudini e ho imparato ad apprezzare quel che avevo guardato con sospetto. Quei suoni, ieri urticanti, oggi mi appaiono armoniosi.

Condivido con te, invece, il rifiuto di ogni intolleranza, ogni imposizione, soprattutto in nome del mainstream, del politically correct. È inaccettabile pensare di poter imporre regole minuziose a tutti e a tutti i costi, sempre e comunque, nella certezza di aver ragione. Molto meglio una dura, sana, intransigente battaglia delle idee. Non a caso è quello che proviamo a fare in queste poche righe. Buon lavoro Direttore.

Respect...on line
"Lezione di teatro" a cura di Marcello Sacerdote

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