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“Uomini. È ora di giocare senza falli!” di Tiziana Ferrario

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Tiziana Ferrario,

È stata mia moglie a portare in casa il libro di Tiziana Ferrario “Uomini. È ora di giocare senza falli!” (Milano Chiarelettere 2020). È stata lei a proporlo all’attenzione del nostro gruppo di lettura, particolarmente attento alle questioni di genere. Confesso la mia diffidenza. Conoscevo e stimavo l’attività giornalistica dell’autrice, ma sapevo assai poco del suo impegno femminista. In più quel titolo mi irritava, con quel gioco di parole così sfacciatamente orientato al marketing. Eppure, ancora una volta ha avuto ragione lei, sempre curiosa e fuori dagli schemi. Dovrò convincermi che non c’è bisogno di un saggio per riflettere in modo intelligente su maschilismo e femminismo, sulle donne e sugli uomini dei nostri tempi. È possibile farlo guardando all’attualità, mettendo a confronto fatti ed esperienze, storie individuali e collettive, con esiti per nulla scontati, anzi a volte sorprendenti.

La prima parte del volume tratteggia il mondo dei maschilisti. Un centinaio di pagine per illustrare i molteplici volti assunti dal maschilista contemporaneo e i suoi modi di essere in politica, nello sport, nel mondo scientifico, nello spettacolo, nella Chiesa, nell’informazione e nella cultura. Per ogni ambito alle brevi note descrittive si affiancano lunghi elenchi puntati che mettono a fuoco i caratteri e gli atteggiamenti tipici dei maschilisti e così aiutano a riconoscerli e smascherarli.

Una citazione a parte merita la riflessione sulle donne maschiliste. Poche pagine ma davvero incisive. “Le Donne Maschiliste sono insopportabili, perché hanno rinnegato la loro natura, a volte si camuffano da uomini prendendone il peggio, a volte fanno le svenevoli con loro. Sono infide e ingannevoli, possono avere o non avere una famiglia, ma non hanno alcuna tolleranza per chi ce l’ha e deve conciliare i tempi dei figli con quelli del lavoro. Si ritrovano spesso sole, ma non cambiano e non si ricredono”.

Ma la parte più corposa del volume è dedicata agli “uomini nuovi”, ai “femministi”. Alla Ferrario bastano le definizioni della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie (“femminista è una persona che crede nell’uguaglianza sociale, politica ed economica tra i sessi”) e dell’attivista americana Gloria Steinem (“femminista è chi riconosce l’uguaglianza e la piena umanità di donne e uomini”) per sostenere che la ritrosia di uomini e donne a definirsi femministi è segno del provincialismo italiano che fatica a tenere il passo delle “trasformazioni velocissime di altre società vicine e lontane da noi”.

Scorrono nelle pagine dell’autrice figure esemplari di femministi dall’ex presidente Obama al premier canadese Justin Trudeau, dal vice presidente della Commissione europea FransTimmermans a Papa Francesco. Per fortuna non mancano anche personalità italiane come il giornalista Riccardo Iacona o gli intellettuali Lorenzo Gasparrini e Stefano Ciccone. A questo panorama si aggiungono riferimenti che, per brevità, potremmo definire “eccentrici”: vale la pena ricordare, per esempio, il delizioso film-documentario di Gustav Hofer e Luca Ragazzi dal titolo Dicktatorship – Fallo e Basta!

La vicenda degli uomini femministi apre le porte al tema conclusivo: l’alleanza, “uomini e donne insieme”. In realtà la questione è posta fin dalla prima pagina, dove si afferma che i maschilisti hanno i giorni contati perché “altri uomini, femministi, stanno avanzando ed è con questa nuova specie che le donne stanno costruendo un’alleanza per un mondo migliore”: “uomini nuovi”, padri imperfetti e non padrieterni, uomini disponibili ad assumere ruoli domestici, figli maschi femministi.

La lettura è piacevole e divertente, lo stile ironico e tagliente, molteplici le allusioni e i riferimenti ai protagonisti della cronaca quotidiana. Va dato merito alla Ferrario di aver vinto almeno due sfide. La prima riuscendo a mettere insieme dati, fatti, storie del nostro tempo che restituiscono una visione autentica, non ideologica, del lungo cammino di transizione oltre il patriarcato, evidenziando sia le enormi conquiste sia le mille contraddizioni. La seconda, interrogando gli uomini senza compiacenze e sconti, cercando di comprendere come, nella quotidianità, con grande fatica, tentano di tracciare una nuova strada.

Rimane il dubbio se sia necessario che gli “uomini nuovi” si definiscano femministi. Certo, se potessimo fermarci alle definizioni della Adichie e della Steinem non ci sarebbe alcuna difficoltà. Ma la storia del femminismo è ben più complessa e sembra imporre anche una ricerca sull’identità di genere. Anzi potrebbe addirittura essere utile che gli uomini, anziché appropriarsi di una definizione “assolutoria”, accettino anch’essi la fatica di fare i conti con la propria identità. Ma questa è un’altra questione di cui avremo modo di parlare.

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