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Revenge porn, 25 novembre e ipocrisia!

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Il nostro cellulare, forse, ci conosce più di chiunque altro. Ho avuto modo di affermarlo più volte e oggi torno a ribadirlo. La tecnologia negli ultimi anni si è evoluta ad altissima velocità e tutti noi cerchiamo ogni giorno di stare al suo passo, di non rimanere esclusi, di non sentirci tagliati fuori dal mondo. Ci riescono meglio i più giovani, i nativi digitali, i Millennials, gli appartenenti alle Generazioni Z e Alfa, meno i loro genitori o i nonni.

Come pensare, allora, che l’amore o il sesso nel 2020 non debbano utilizzare questi nuovi strumenti per esprimersi? Del resto, si tratta di sfere della nostra esistenza estremamente importanti, anzi fondamentali, senza le quali nessuno di noi esisterebbe. Romanticismo addio? Certo suona strano paragonare la speranza di ricevere una lettera scritta con sentimento, magari dal fronte, da un soldato alla sua amata ottant’anni fa, con l’attesa di due spunte che devono diventare blu o del trillo emesso da una notifica. Ma chi mai potrebbe affermare che nel primo caso ci fosse più amore o sentimento rispetto al secondo?

Una premessa lunga, me ne rendo conto, ma che a me sembrava necessaria per avvicinarmi in punta di piedi a una vicenda delicata che in queste settimane sta facendo legittimamente discutere gli italiani. Mi riferisco alla storia della maestra di un asilo di Torino che è stata messa alla gogna per aver inviato delle foto e un video che la ritraevano in pose e atteggiamenti sessualmente espliciti al suo fidanzato. Un essere – definirlo uomo sarebbe un complimento che non merita – che ha pensato poi, una volta interrotta la relazione, di condividere quei file con alcuni amici, inoltrandoli su una chat di gruppo. Da lì ad arrivare all’orecchio delle mogli il passo è stato breve e così, come se avessero a che fare con una moderna “Bocca di Rosa”, le mamme hanno sollevato il caso con la preside che ha scelto la strada del licenziamento.

“Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio…”, cantava De André. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, pare abbia detto Lui tanto tempo prima. Quanta ipocrisia, aggiungo io. E così la donna, dopo aver subito la prima umiliazione dall’ex ragazzo, si è trasformata da vittima in pietra dello scandalo, con la colpevole e ingiustificata complicità di altre donne e delle istituzioni che avrebbero dovuto, se non proteggerla e sostenerla, quanto meno “ignorarla” per consentirle di dimenticare (se mai possibile) quell’offesa vigliacca e gratuita.

Ed è triste che queste cose accadano con una frequenza disarmante. E’ avvilente che debba esistere ancora una giornata, quella di oggi 25 novembre, per combattere la violenza contro le donne, che troppo spesso è psicologica prima ancora che fisica. Ma quanta strada ancora c’è da fare per non dover raccontare episodi simili? E soprattutto, siamo davvero sulla via giusta?

Forse no. Lo chiamano revenge porn (vendetta porno) e mai nome fu più sbagliato a mio avviso. Lo scambio di messaggi intimi con il proprio fidanzato, fosse anche sotto forma di foto o video, non può – e non deve – essere definito pornografia. Basta analizzare l’etimologia del termine (dal greco letteralmente “scrivere riguardo” o “disegnare” “prostitute”) per rendersi conto come il nome stesso del reato di cui una donna è vittima, in realtà la condanna, la giudica e la offende una seconda volta.

Invece “a vergognarsi dovrebbero essere tutte le altre persone coinvolte. Non tu. Perché nel sesso, libero e consensuale, non c’è vergogna”, si legge in una lettera di solidarietà inviata alla maestra da 200 donne tra giornaliste e attiviste.

Una lettera che vi invito a leggere e che, oggi più che mai, mi sento di sottoscrivere senza se e senza ma.

 

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