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Non è un Paese per vecchi

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Un anziano che muore è una biblioteca che brucia. (proverbio africano)

E’ di qualche giorno fa l’infelice uscita social del governatore della Liguria, Giovanni Toti, sulla non produttività degli anziani. “Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate”. Ora, a parte le sue parole che vanno a sommarsi a un dibattito più ampio iniziato a seguito della pandemia (successivamente il governatore si è pure scusato spiegando come le sue frasi siano state estrapolate da un contesto più ampio) il problema vero non sono questo tipo di dichiarazioni.

Ammettiamo pure che le parole di Toti o chi per lui siano state fraintese, la questione è più profonda e affonda le radici nella nostra cultura: gli anziani non servono più, se non sono utili allora sono sacrificabili. Ed è un problema tipicamente moderno che nasce da una mentalità produttiva che ha come scopo ultimo il profitto. Produco ergo sum. Ovviamente non sono mancate le risposte della politica, ad esempio Laura Boldrini commenta così: Riferirsi a delle persone come fossero risorse economiche prima che esseri umani, donne e uomini che custodiscono memoria, coltivano affetti, che sono madri, padri, nonni, fratelli è semplicemente immorale”. Ma anche il mondo della cultura si è fatto sentire, a tal proposito mi è capitato di leggere un’interessante riflessione della scrittrice Lea Melandri: “Quelle degli anziani sono vite che hanno dei diritti al pari di quelle dei bambini, dei giovani, degli adulti. É un diritto portare degnamente a termine la propria esistenza”. Perché ce ne dimentichiamo così spesso? Eppure parliamo di una fetta importante della popolazione italiana, il 27% è over 65 ed è una percentuale destinata a salire. E basta usare la scusa della loro fragilità, “non facciamoci ingabbiare. Non è amore, né protezione. Solo discriminazione e selezione”, continua la Melandri.

Chi come me, ha avuto o ha la fortuna di lavorare con la terza età, sa bene di quanta energia, sapere e saggezza gli anziani siano portatori spesso anche inconsapevoli. Lavorando nell’Università della Libera Età della mia città mi sono resa conto della loro immensa curiosità e voglia di scoprire, sperimentare e sperimentarsi. Ho visto persone timide e impacciate (a volte ultraottantenni) partecipare con entusiasmo a laboratori di danza antica e teatro, li ho visti commuoversi e cercare di raccontarsi nel laboratorio di scrittura autobiografica, insomma sono rimasta ammirata dalla loro tenacia e voglia di imparare, che non conosce età.

So che alcuni di voi penseranno “ok, ma stai parlando di un ambiente comunque accademico, dove si presuppone un minimo di cultura da parte dei partecipanti”. Niente di più sbagliato. E vi spiego subito perché. Ho lavorato per un oltre un anno in una casa famiglia per anziani, dove davvero i problemi legati alla senilità erano più che evidenti. Ebbene, con l’aiuto di una psicologa e di altri collaboratori abbiamo attivato alcuni laboratori, sicuramente più semplici delle lezioni dell’Università, ma non meno pratici. Li abbiamo fatti dipingere, disegnare, imparare poesie, cantare assecondando qualsiasi loro inclinazione artistica. Il risultato è stato strabiliante. Lasciati liberi di esprimersi hanno iniziato a ricordare, a raccontare pezzi di vita non necessariamente seguendo un ordine temporale ma secondo il loro sentire, hanno ricordato nomi di nipoti e pronipoti spesso dimenticati e hanno scritto lettere in cui chiedevano notizie e raccontavano di loro. Una delle esperienze più intense della mia vita. E non è stato affatto difficile creare le condizioni per realizzare tutto questo.

Forse, come suggerisce la Melandri, abbiamo solo bisogno di solidarietà in generale e di solidarietà tra generazioni, soprattutto perché la pandemia ha accentuato le differenze di classe. Ma alla solidarietà si educa altrimenti rischiamo davvero di diventare un Paese senza memoria. E senza memoria non c’è futuro.

 

"Quel che stavamo cercando" di Alessandro Baricco
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