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L’architettrice di Melania Gaia Mazzucco

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Avete mai sentito parlare di Plautilla Bricci, pittrice e architetta italiana del Seicento? Se non appartenete alla ristretta cerchia degli storici dell’arte non vi preoccupate, siete di certo in buona compagnia. Eppure la sua storia, come quella di molte altre donne artiste del nostro passato, merita di essere conosciuta. Melania Mazzucco, con il suo recente romanzo L’Architettrice,(edizioni Einaudi,2019) , ci aiuta a colmare questo vuoto.

Un grande romanzo storico, finalista in alcuni importanti premi letterari, che qualche settimana fa si è aggiudicato a Villacidro (Sardegna) il Premio Giuseppe Dessì per la sezione narrativa. La motivazione recita: «un romanzo di straordinario impegno che, per dar conto della biografia per molti aspetti straordinaria di un’artista del XVII secolo, ricostruisce minuziosamente le complesse dinamiche sociali, il panorama artistico e culturale e persino la topografia della Roma del Seicento».

In questo affresco di grande suggestione Roma è la protagonista assoluta, nella sua vita “alta”, affollata di papi, cardinali, grandi famiglie, intrighi di potere, e nella vita “bassa” del popolo che si barcamena tra mille difficoltà quotidiane.  La Roma del Seicento, e non è poca cosa, scorre davanti ai nostri occhi con i grandi della politica – i Barberini, i Chigi, gli Aldobrandini, i Mazzarino – e della cultura – Bernini, Borromini, Pietro Cortona-.

Altrettanto importanti le vicende della famiglia Briccio, a partire dal padre di Plautilla, Giovanni, figura di riferimento degli anni della formazione di Plautilla, «genio plebeo osteggiato dai letterati e ignorato dalla corte: materassaio, pittore di poca fama, musicista, popolare commediografo, attore e poeta. Bizzarro cane randagio in un’epoca in cui è necessario avere un padrone (…)». E poi la madre, mai citata per nome ma sempre definita “mia madre”, donna concreta, disincantata, sorridente, la sorella Albina, fedele compagna delle avventure di infanzia e adolescenza, il fratello Basilio che l’accompagnerà nell’età adulta e nella vecchiaia.

In questa strana famiglia, nell’immensità della Roma seicentesca, cresce Plautilla. «Ero la figlia superflua. La seconda femmina. Difettosa, neanche bella, e speciale solo nel mio sonno inanimato. Timida, troppo obbediente per liberare il mio desiderio di essere qualcos’altro. Un’eroina, una principessa, una guerriera – una creatura provvista della volontà irresistibile di innalzarsi in questo mondo, procurandosi gloria e onore». Plautilla non è attraente come Albina, non è destinata al matrimonio, segue il padre nelle sue peripezie intellettuali e artistiche e nel suo lavoro artigianale, in bottega, è erede del suo “genio plebeo”, ma in quanto donna opera dietro le quinte, realizza “piccole cose”.

Un riferimento particolare merita Elpidio Benedetti, il suo grande amore, amore incompleto, incompiuto, relazione scandita da incontri e abbandoni, rapporto vissuto tra complicità e tradimenti, legame di affinità intellettuali e relazioni ciniche. Elpidio e Plautilla si donano e si negano, si confessano e nascondono segreti.

Pian piano Plautilla entra in contatto con il mondo dell’arte di Roma, con artisti e committenti, e seppur con le limitazioni imposte a una donna, conquista un suo spazio. Ma la consapevolezza del problema si manifesta solo nel marzo del 1657, a margine di un incontro con il Dottor Ghibbesio, professore di eloquenza all’Università della Sapienza. «Non avevo mai pensato che la pittura potesse avere un genere, come gli esseri viventi, gli animali e i fiori, e gli ho confessato che non riuscivo a comprendere la sua teoria: l’arte non ha sesso, come la musica. Ma la poesia? obiettò Ghibbesio. Vittoria Colonna non compone come Petrarca. E la mistica? Santa Teresa d’Avila non scrive come Sant’Ignazio. E la pittura è poesia muta, come ci insegnano gli antichi. E l’architettura? Gli ho chiesto allora, incuriosita. Su questo la filosofia tace, cara signora Briccia: non esistono architetti donna».

In realtà proprio l’architettura è la sua sfida, Villa Benedetti la sua creatura. È affascinante accompagnare Plautilla tra contratti, forniture, maestranze, cantieri, seguire da vicino il lavoro dell’architettrice. Le maestranze «non riuscivano neanche a pronunciarla, quella parola». D’altra parte come definirsi? «La signora Plautilla Briccia era troppo poco. Pittrice di San Luca dannoso, perché svelava la mia specializzazione in un’altra arte. Architetto no. Architetta? Suonava ridicolo. La donna pittore è una pittrice, la donna miniatore miniatrice. Architettrice, dunque».

Ma davvero può esistere un’architettrice? Le opere lo testimoniano e Plautilla può addirittura dialogare con Bernini. Ma la realtà è sempre contraddittoria. Una donna può realizzare una cappella ma non una chiesa (non si è mai visto), può progettare un palazzo ma non può rivendicare la sua opera, non può essere citata in una guida. Il destina di Plautilla è riassunto nelle parole di Elpidio: «Villa Benedetta è tua, e lo sarà per sempre (…) ma il mondo non è pronto per accettare che una donna costruisca la casa per un uomo».

 

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