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D’amore, di morte e di altre cose sacrificabili

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Sono una donna fortunata. Non che nella mia vita non ci siano stati dolori (anche grandi), dispiaceri, sconfitte, problemi. Al contrario. Ma ho sempre avuto la percezione di essere una persona fortunata. Forse per la particolare empatia che mi contraddistingue, per la capacità di immedesimarmi negli altri e di comprendere che, anche se a volte sembra che la sfortuna mi perseguiti, davvero non mi posso lamentare.

Del resto, sono nata in un Paese meraviglioso, vengo da una famiglia felice e agiata, non conosco fame, freddo, disperazione. Ho avuto la possibilità di studiare, viaggiare, realizzare progetti, scegliere e svolgere il lavoro che sognavo, essere amata e apprezzata, conoscere e avere intorno persone speciali, di cui potermi fidare, sulle quali poter contare.

E questa settimana, in cui l’incertezza caratterizza le giornate di noi tutti a causa del Covid, ho avuto conferma che, anche in questa pandemia, sono una donna fortunata. E’ vero, vivo da sola e l’ombra di un nuovo lockdown mi terrorizza. Eppure so di essere fortunata perché penso (e spero) di non essere sacrificabile.

Non è sacrificabile il mio lavoro. Sono una giornalista, lavoro nel mondo della comunicazione e ci sarà sempre qualche notizia da veicolare, con qualsiasi mezzo, in qualsiasi momento. Anche e soprattutto durante una pandemia. E’ vero che durante il primo lockdown ho dovuto rinunciare a molte attività, ma il mio lavoro non è diminuito, semmai è aumentato. Nessuna saracinesca si è mai abbassata, non ho dovuto fare nessun investimento particolare per mettere in sicurezza la mia attività e per rispettare le prescrizioni del governo, non ho dipendenti a cui garantire uno stipendio, o fornitori da pagare, o spese vive da affrontare. Non lavoro nel settore degli eventi, della musica o dello spettacolo, dove migliaia di lavoratori sono fermi a casa ormai da mesi. Non sono una lavoratrice della ristorazione, che da un giorno all’altro ha visto il proprio locale dover chiudere i battenti alle 18 mentre il resto del mondo va avanti. Non sto con il fiato sospeso in attesa del prossimo Dpcm, in attesa di sapere se riuscirò ad arrivare a fine mese guadagnando il mio salario, in attesa che qualcuno decida se il mio lavoro è sacrificabile o meno.

Non è sacrificabile il mio respiratore. Sono una donna di 39 anni, godo di buona salute e sono anche molto scrupolosa nei miei atteggiamenti antiCovid. Questo non mi salva dal rischio di contrarre il virus, né dall’ipotesi di finire in ospedale, o magari addirittura in rianimazione. E’ una possibilità che (forse ingenuamente) vedo ogni giorno più remota, ma che non posso escludere a priori. Ciò che mi sento di escludere, invece, è che possa capitare a me ciò che già è capitato altrove, ossia che per mancanza di posti o di strumenti, la mia vita possa essere considerata di meno valore rispetto a quella di qualcun altro. Sacrificabile solo perché magari qualcuno si è dimenticato di investire nella Sanità, qualcun altro ha deciso di risparmiare su quel settore e io, ahimé, ho solo la sfortuna di avere tutti i capelli bianchi, le rughe che segnano il viso e sono più vicina ai cento che ai 50 anni.

Non è sacrificabile la mia vita sociale. Vivo nell’era di internet, delle videochiamate, dello smart working, dei rapporti virtuali. Potranno chiudermi nuovamente in casa, togliermi la libertà di fare una passeggiata o di andare a fare shopping o di gustare un aperitivo e una cena in compagnia. Ma non potranno cancellare con un colpo di spugna la mia vita sociale, la mia rete familiare e di amicizie, il calore di un sorriso che, seppure attraverso uno schermo, mi sono fatta bastare nelle giornate più dure del primo lockdown. Io non rischio di rimanere fuori dal mondo, esclusa, emarginata, sola, lontana dai miei figli, dai miei nipotini, che – per tutelarmi e  proteggermi, non possono neanche venire a farmi una visita, darmi un abbraccio, consentirmi di cucinare per loro. Ricordo ancora le parole di una nonna che ad aprile chiese a suo nipote perché non andasse a trovarla. “Perché non voglio che tu possa ammalarti e morire”. E lei: “Ho 90 anni, se non posso vedere mio nipote, che campo a fare?”.

Una frase così semplice ma così vera. Se non ho la possibilità di vivere appieno le mie giornate, di svolgere il mio lavoro, di dedicarmi ai miei affetti, di divertirmi nel mio tempo libero, di viaggiare, di conoscere altre persone, di fare nuove esperienze o anche solo di abbracciare una persona amata, che senso ha la mia vita?

Ecco allora che forse mi rendo conto di non essere poi così fortunata. Ho paura di mettere in pericolo le persone che amo, ho visto le mie nonne due volte in 8 mesi e sempre a distanza e con la mascherina, mi sento un untore ogni volta che mi avvicino alle persone che amo e percepisco lo stesso timore da parte di coloro che mi amano. Vivo sospesa in un limbo che ogni giorno di più ha ricominciato ad allontanarsi dalla mia routine, dalle cose che mi piace fare, dal mio modo di essere. E so che sono in tanti a pensarla come me tra coloro che stanno vivendo questo brutto incubo della pandemia.

E allora forse è arrivato davvero il momento di essere tutti più responsabili. Di sacrificare il sacrificabile. Ma anche l’indispensabile, se necessario, per poter tornare il prima possibile alla vita vera. Quella che vale la pensa di essere vissuta. Affinché nulla e nessuno sia più sacrificabile.

Il direttore

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