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Camposanto Podcast ovvero il fascino della morte

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La prima volta che mi sono imbattuta in Camposanto di Giulia Depentor ho subito pensato: “Che meraviglia, non solo l’unica ad essere attratta dai cimiteri!”.

Ok, so cosa state pensando ma non è come credete, sono una persona pacifica e solare (giuro!) solo che, fin da piccina, nutro una certa attrazione per tutto ciò che riguarda la morte, cimiteri compresi. Piccolo aneddoto personale: in tutti i paesi di provincia ma credo un po’ dappertutto si è soliti trovare dei nomignoli alle famiglie, ebbene i miei parenti paterni sono “quelli della morte” e sono anni che, nonostante la mia indole da investigatrice provi a scoprirne il motivo, le mie ricerche restano vane. Da piccola qualcuno una volta mi disse che un mio trisavolo era morto di paura per aver visto una processione di morti, magari voleva solo spaventarmi oppure il trisavolo in questione era molto ma molto ubriaco, in ogni caso forse questa passione un po’ macabra mi è stata tramandata, portandomi negli anni a leggere tutti i romanzi possibili sul tema, a cominciare dall’inarrivabile Antologia di Spoon River di E.L. Masters per arrivare al consigliatissimo Lincoln nel bardo di G. Saunders, ad ascoltare album (in primis Non all’amore, non al denaro né al cielo di F. De Andrè) e a guardare film in cui la nera signora la fa da padrona.

E così mi imbatto finalmente in Camposanto. Ma che cos’è?

È un podcast ideato, scritto e condotto dalla brillantissima e a detta sua paurosissima (ma io non ci credo) Giulia Depentor, content editor di professione, scrittrice per passione e… visitatrice di cimiteri per ossessione! Giulia ha da sempre subìto il fascino di questi luoghi di culto silenziosi e misteriosi e ha iniziato a raccontarli nel suo podcast, spesso invitando anche degli ospiti (tra cui la splendida Tanatolady che di mestiere fa la tanatoesteta, se non sapete di cosa parlo andate a sbirciare), seguendo le sue emozioni e sensazioni, narrandoli con una freschezza e una delicatezza tali da farci davvero venire voglia di fare le valigie e partire subito.

Il podcast è arrivato alla sua seconda edizione, tanti sono stati i temi e i luoghi trattati, tra cui il cimitero delle Fontanelle di Napoli, le catacombe dei Cappuccini di Palermo fino ad arrivare al cimitero dei misteri di Alleghe o ai cimiteri della strage del Vajont, con la partecipazione straordinaria di Jonathan Zenti. Ma Giulia è una viaggiatrice e oltre ai cimiteri italiani ci racconta del cimitero di Key West, i cimiteri parigini, o ancora il cimitero di Aoyama a Tokyo, dove è seppellito il cagnolino Hachiko, reso celebre dal film del 2009 con Richard Gere, fino ad arrivare addirittura nell’arcipelago delle Isole Cook per raccontarci dei cimiteri non cimiteri di Rarotonga.

Tra l’altro ho scoperto da poco, grazie a una puntata di Camposanto, che Giulia è affetta da sinestesia, una delle patologie più affascinanti che abbia mai sentito. Sì, ammetto la mia ignoranza, credevo che fosse solo una figura retorica (dal greco syn insieme e aisthesis percezione: sentire insieme, percezione simultanea) e invece ho scoperto che in ambito medico è una condizione per la quale un certo tipo di stimolo coinvolge il funzionamento di uno o più sensi diversi da quelli normalmente preposti alla sua elaborazione.

Ho così appreso che esistono persone che vedono i colori delle parole e dei numeri come la nostra Giulia (in tal caso si parla di sinestesia grafema-colore) oppure che riescono a sentire i suoni dei colori. E così, proprio in una puntata dedicata al cimitero del Salvatore di Oslo in cui è sepolto il norvegese Edvard Munch, pittore del celebre Urlo, Giulia ipotizza che lo stesso Munch soffrisse di qualcosa di simile poiché nel raccontare la genesi del quadro dice di aver letteralmente sentito gridare di dolore la natura tutt’intorno con i suoi colori accesi, affermando “io realmente ho sentito quell’urlo e poi ho dipinto il quadro”.

Insomma da una ragazza che letteralmente legge a colori, qualche stranezza forse c’era da aspettarsela eppure la sua passione non è così rara (molto più rara è la sinestesia) poiché condivisa da una schiera di ascoltatori sempre più numerosi tanto da renderla una vera e propria influencer. Forse un po’ macabra, ma pur sempre influencer.

Ora il punto è: perché Giulia e quelli come lei (e come me) amano tanto i cimiteri? Io personalmente credo che tutto nasca dalla passione per le storie e dalla curiosità spesso morbosa di conoscerne sempre di nuove, credo che in qualche modo il nostro interesse sia anche legato alla paura di dimenticare o di essere dimenticati. Una prof di italiano una volta mi disse “se una cosa non la racconti è come se non l’hai mai vissuta”. Ecco, forse alla base di tutto c’è questo desiderio di raccontare e raccontarsi e di scoprire le vite di quelli che ci hanno preceduti. E allora, proprio come Giulia, anche io continuerò a passeggiare in questi luoghi di culto solenni non solo con rispettoso timore ma anche con tanta curiosità perché anche io “adoro leggere le storie scritte sulle lapidi, osservare le fotografie sbiadite dal tempo, immaginare le vite degli abitanti di queste immense città ultraterrene”. E l’augurio, per me, per Giulia che addirittura se l’è tatuato sul braccio e per tutti voi è quello di arrivare (speriamo il più tardi possibile ovviamente) alla fine della nostra vita come il suonatore Jones, uno dei personaggi più belli usciti dalla penna di Masters, un vecchio violinista di 90 anni che ha vissuto la sua vita libero dalle convenzioni sociali mettendo la sua felicità prima di tutto il resto, uno che non ha perso tempo a rincorrere ciò che non desiderava, l’unico di tutta Spoon River a non avere, dopo morto, neppure un rimpianto: “Finii col mio violino rotto, una risata spezzata e mille ricordi e nemmeno un rimpianto”.

Ora vado, è appena uscita una nuova puntata e non voglio perdermi la storia del cimitero fantasma di Silea raccontato da Dino Buzzati. Ovviamente chi ama la morte non può non amare i fantasmi, no? Prima di andare però vorrei ringraziare pubblicamente Giulia per avermi fatto scoprire La ballata della morte (in apertura) pezzo scritto da Tiziano Sclavi e contenuto in Totentanz (che tradotto è danza macabra), perché a quanto pare se ami la morte, i cimiteri e i fantasmi non puoi non amare pure Dylan Dog.

Vi ricordo, inoltre, che potete ascoltare Camposanto – il podcast per chi ama i cimiteri su Spotify, Apple Podcast, Google Podcast, Spreaker o direttamente sul sito www.camposantopodcast.com dove trovate la trascrizione dei vari episodi arricchiti da fotografie, mappe, video e consigli vari di approfondimento. 

 

 

 

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