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Papa Francesco: omosessualità, unioni civili, matrimonio gay

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Pochi giorni fa Annalica Bates ha interrogato i lettori di Felicità Pubblica a proposito delle parole di papa Francesco sull’omosessualità, le unioni civili e il matrimonio gay. L’occasione è stata fornita dalla presentazione al Festival del Cinema di Roma del docufilm “Francesco” di Evgeny Afineevsky, regista russo di cittadinanza americana. Come lei molti, in questi giorni, si pongono gli stessi interrogativi su fronti diversi, a volte contrapposti. Tra questi, ad esempio, Franco Grillini, esponente storico dell’Arcigay (oggi Presidente onorario) – intervistato da Radio Radicale –, il direttore di Avvenire  Marco Tarquinio rispondendo alle domande dei suoi lettori, ma anche esponenti del mondo cattolico “conservatore” (lasciatemi passare questa brutta espressione) gridando allo scandalo.

Volendo semplificare le tesi in campo, potremmo sostenere che le principali argomentazioni sono tre. La prima afferma che papa Francesco continua e approfondisce la sua opera di demolizione della dottrina e della tradizione plurisecolare della Chiesa sulla famiglia. Le sue aperture agli omosessuali e il suo esplicito favore per le unioni civili preludono, inevitabilmente, al riconoscimento dei matrimoni gay e, perché no, all’accettazione dell’utero in affitto. Papa Francesco, tradisce così il magistero e “importa” nel cuore della Chiesa il processo di secolarizzazione.

La seconda tesi sostiene che nelle parole del Papa non ci sono novità sostanziali e, quindi, è del tutto inappropriato gridare allo scandalo. Francesco ha ribadito quanto più volte dichiarato: gli omosessuali, come tutte le creature, sono figli di Dio, “meritano” l’amore della famiglia d’origine e, quindi, la relazione tra due persone dello stesso sesso ha diritto alla protezione giuridica. Queste convinzioni il Papa le ha manifestate nel 2010 da vescovo argentino (per la verità contro una legge per i matrimoni gay), le ha confermate nell’incontro con i giornalisti sull’aereo papale di ritorno dal Brasile nel 2013, sono ribadite nell’esortazione postsinodale “Amoris laetitia”. Nessuna novità, in definitiva.

La terza tesi, invece, scopre qualcosa di nuovo nelle parole del Papa. Certo, nell’intervista a una giornalista messicana nel 2019, ripresa nel docufilm, Francesco ribadisce il suo pensiero sulle unioni civili ma percorre anche un ulteriore passo in avanti, alludendo alla dimensione della famiglia per le coppie omosessuali. Gli omosessuali «sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia». Non si tratta della famiglia d’origine, allora, ma della nuova famiglia da loro costituita.

Non avverto l’esigenza di pronunciarmi in merito a una questione così delicata, non dispongo delle necessarie competente e, in fondo, non ne ho titolo. Inoltre, rimango convinto che la regolazione dei rapporti delle coppie omosessuali attenga esclusivamente alla competenza dello Stato laico. Ma non mi sottraggo a qualche riflessione, ripercorrendo cronologicamente le parole del Papa e le posizioni da lui ispirate.

Nel 2013, sul famoso volo di rientro dal Brasile, un giornalista chiese come il Papa intendesse affrontare la questione della “lobby gay”. Dopo aver condannato ogni lobby Francesco afferma: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla? Il catechismo della Chiesa cattolica dice che queste persone non devono essere discriminate ma accolte. Il problema non è avere queste tendenze, sono fratelli, il problema è fare lobby».

Nell’Amoris laetitia, parlando della “situazione delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale” si ribadisce che «ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ‘ogni marchio di ingiusta discriminazione’ e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza». Poche righe dopo, tuttavia, si sostiene che «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia».

Oggi, nel più volte citato docufilm, papa Francesco afferma: “Gli omosessuali hanno diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno il diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe esserne buttato fuori o essere infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo, gli omosessuali godrebbero di una copertura legale. Io ho difeso questo».

Dov’è la novità? Francesco ha davvero aperto alle famiglie omosessuali? A mio avviso il punto chiave è nelle parole del 2013: «se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?».  Siamo figli di Dio, tutti dobbiamo essere accolti e non discriminati, siamo fratelli, nessuno deve essere buttato fuori o essere infelice. In una Chiesa che per secoli ha accettato solo ciò che era “naturale”, codificato, normale, per una Chiesa che fa ancora difficoltà a riconoscere ruolo pieno alle donne, queste sono parole forti, nuove, aperte. Quello che viene sbrigativamente ridotto a mero atteggiamento “pastorale” è invece fondamento della Chiesa, della comunità. E, per questo, la comunità deve trovare il modo di tutelare questi fratelli.

Resta il nodo della famiglia.  Francamente non credo che papa Francesco volesse alludere a un riconoscimento nella Chiesa delle famiglie gay, mi sembra un’interpretazione forzata. Non a caso il biblista Enzo Bianchi, che pure parla dell’omosessualità con grande rispetto, ha più volte affermato che ipotizzare “che la Chiesa faccia il matrimonio per persone dello stesso sesso è una cosa senza senso”.

Tuttavia vale la pena ricordare che in ambito cristiano protestante, dove il matrimonio non è sacramento, la teologa e pastora Lidia Maggi già nel 2011 ha sostenuto che «le persone oggi possono scegliere di vivere l’amore attraverso un gesto iniziale pubblico, solenne, sacramentale oppure no, perché le alternative al matrimonio esistono e sono percorribili. Questa nuova libertà, invece di paralizzarci e allarmarci, può spingere a maturare una maggiore consapevolezza nella forza simbolica e nella pluralità delle forme espressive con cui si sceglie di accogliere e amare l’altro davanti a Dio, alla società e alla comunità riunita».

La Chiesa è una comunità che vive nella storia. Le sensibilità cambiano e ciò che cinquanta anni addietro sembrava impossibile oggi è comunemente accettato. Ma per mantenere questa apertura è necessaria la premessa di Francesco: riconoscersi fratelli, figli dello stesso Dio, parte dello stesso Amore, della stessa Umanità. Questa convinzione apre al futuro e rende possibile percorrere vie nuove.

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