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Antonio Russo e quei taccuini che conserverò

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“In battaglia con il taccuino. Così muoiono i soldati della notizia”.

Sono trascorsi 16 anni da quando ho letto per la prima volta questa frase. Era il 2004 e io, da giovane universitaria, ero alle prese con la mia tesi di laurea sulla giornalista Ilaria Alpi e l’operatore televisivo Miran Hrovatin, uccisi in Somalia mentre svolgevano il loro lavoro.

Una frase breve, appena 11 parole, o 70 battute per usare un termine più del mestiere, riportate in un articolo de La Stampa in cui si parlava dell’ennesimo collega morto sul fronte. Oltre a citarla nella mia tesi, da quel momento non posso fare a meno di ricordarla ogni volta che un giornalista, in qualsiasi parte del mondo, viene ucciso mentre sta raccontando la verità. Troppo spesso proprio perché sta provando a raccontarla, quella verità.

E’ una frase che, oggi come allora, a me mette i brividi. Forse perché, nonostante la tecnologia renda ormai tutto digitale, con smartphone, tablet, pc e internet come immancabili compagni di lavoro, il taccuino per un giornalista resta sempre il più fedele degli alleati. Il taccuino non si scarica, non cancella per errore, non sovrascrive, non ti tradisce quando meno te lo aspetti. Io ne conservo a centinaia, a raccontare 16 anni di lavoro. Pagine e pagine scritte con penne sempre diverse, grafie più o meno leggibili, indirizzi e numeri di telefono che si alternano ad appunti presi di fretta in mezzo alla strada o comodamente seduti davanti a un caffé, fiumi di parole pronunciate durante un convegno o poche sillabe balbettate al telefono.

Perché non mi decido a buttarli? Forse perché li scelgo sempre in maniera accurata, non solo quando li acquisto ma anche prima di iniziarne uno nuovo. O forse perché molti rappresentano souvenir comprati prima di tornare a casa dopo l’ennesimo viaggio. O semplicemente perché raccontano tanto di me e della mia vita e magari un domani, se mai arriverò al momento della pensione, mi farà sorridere rileggerli e ricordare di quanto le mie giornate fossero variegate e frenetiche.

E’ per questo che quella frase mi mette i brividi. Perché ci sono tanti, troppi colleghi, che quei taccuini non avranno più la possibilità di rileggerli. Perché quei taccuini sono sporchi del loro sangue. Perché, in molti casi, quei taccuini sono anche spariti, o meglio fatti sparire.

E’ quanto accaduto ai taccuini di Ilaria Alpi, ma anche a quelli di un altro giornalista, abruzzese e quarantenne come me peraltro, Antonio Russo, nato a Chieti nel 1960 e ucciso in Georgia il 16 ottobre 2000. Inviato di Radio Radicale, il freelance abruzzese stava raccontando la guerra in Cecenia quando è stato ritrovato morto, con segni di tortura su tutto il corpo, in una stradina nei pressi di Tbilisi. La sua abitazione fu ritrovata a soqquadro, mentre il telefono satellitare, il computer, la videocamera e il materiale da lui raccolto sugli eccidi in Cecenia, nei suoi taccuini appunto, era stato sottratto.

Ed è proprio in occasione di questo drammatico ventennale che a me è tornata in mente quella frase. E ho pensato ad Antonio, senza dubbio, ma anche a Ilaria, a Walter, a Peppino, a Giancarlo, a Mauro, a Giovanni, a Enzo, a Maria Grazia. E ancora, uscendo dai confini nazionali, a Jorge Ruiz, Daphne, Dzmitryj, Elman, Kim, Guillaume, Veronica, Borys, Olga, Lyra.

E potrei andare avanti ancora. Potrei riempire diverse pagine del mio ultimo taccuino – rosso con la copertina morbida e una chiocciola disegnata sopra a ricordarmi chi me lo ha regalato – se solo scrivessi i nomi di tutti i colleghi uccisi mentre svolgevano il loro lavoro. Solo negli ultimi 10 anni, infatti, sono almeno 881 giornalisti uccisi nel mondo per aver raccontato la verità. In nove casi su 10, gli omicidi sono rimasti impuniti. Le uccisioni sono aumentate del 18 per cento nel mondo nel quinquennio 2014-2018 rispetto ai cinque anni precedenti, e il 55% degli omicidi ha avuto luogo in Paesi “in pace”. Quasi il 90% dei responsabili delle uccisioni dei 1.109 giornalisti assassinati tra il 2006 e il 2018 non è stato punito.

Forse bastano questi numeri per capire perché quella frase a me continua a mettere i brividi.

Forse bastano queste cifre per farvi comprendere perché i miei taccuini, utilizzati e ormai inutilizzabili, forse non li butterò mai. Perché (e magari suonerà ridicolo) a me sembra una forma di rispetto nei confronti dei colleghi che non hanno potuto riempire l’ultima pagina del loro taccuino, magari scelto con cura in una cartoleria o semplicemente ricevuto in omaggio nel corso di una conferenza stampa.

E continuerò a conservarli anche per tutti coloro ai quali in futuro capiterà ancora. Perché, purtroppo, capiterà ancora. Perché purtroppo “in battaglia con il taccuino. Così muoiono i soldati della notizia”.

Il direttore

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