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Referendum costituzionale: c’è poco da cantare vittoria

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Il SI ha vinto il referendum con il 70% dei consensi. Esce così confermata la legge costituzionale che ha ridotto il numero dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200. La partecipazione al voto ha raggiunto quasi il 54% degli elettori. In molte aree le elezioni amministrative hanno fatto da traino ma, per una consultazione referendaria, il numero dei votanti è stato elevato in tutto il Paese. Non trascurabile il 30% di NO considerando lo schieramento unanime dei partiti “ufficiali” e il generale clima “anti casta”. Ora molti guardano con soddisfazione l’esito di un voto che conferma il pronunciamento “bulgaro” del Parlamento ma non è certo possibile sottovalutare le preoccupazioni segnalate dall’opinione pubblica, soprattutto nel Centro Nord.

Eppure il referendum costituzionale è un classico esempio di loselose situation. Le teorie sulla negoziazione insegnano che la condizione migliore è quella in cui un potenziale contrasto si risolve con un risultato che soddisfi le parti contendenti (winwin). È il caso della vittoria condivisa, del vincere insieme. Il 20 e 21 settembre, invece, siamo precipitati nella situazione opposta, quella loselose. Qualunque fosse stato l’esito avrebbero perso tutti, anche quelli che cantano vittoria, procurando un danno al Paese senza neppure conseguire un reale vantaggio per se stessi.

Basta riflettere un attimo. L’esito del voto ha confermato la riduzione del numero dei parlamentari. Al netto delle argomentazioni demagogiche, come la riduzione della spesa pubblica, gli effetti diretti sono tutti negativi. È indubbio che si sia determinata una riduzione della rappresentanza, particolarmente grave in alcuni territori. È altrettanto indiscutibile che la funzionalità delle Camere ne esca compromessa. Per non parlare dell’effetto che l’attuale legge elettorale determina nell’attribuzione di un numero di seggi ridotto di quasi un terzo, in termini di presenza istituzionale delle formazioni politiche di minoranza.

Siamo alla crisi della democrazia rappresentativa in Italia, come ha tuonato qualche sostenitore del NO? Gli squilibri prodotti dall’esito referendario sono irrimediabili? Ovviamente no. Ma deve essere chiaro a tutti che trovare un nuovo punto di equilibrio comporta, quanto meno, approvare una nuova legge elettorale, ridisegnare le circoscrizioni elettorali, riformare i regolamenti parlamentari. Non poca cosa in un Paese in cui si è persa da tempo l’attitudine a scrivere insieme le regole del gioco e dove, su molti argomenti, non è ben chiaro neppure quale sia la maggioranza.

Altrettanto “perdente” la scelta proposta dal NO. In Italia nulla può cambiare, l’unico equilibrio possibile è quello dell’attuale Costituzione, ogni aspirazione a modificare gli assetti istituzionali è peccato di lesa maestà. L’opinione pubblica di sinistra, quella che in altre circostanze definiremmo “illuminata”, ha sostenuto con forza le ragioni del NO, assumendo, anche senza volerlo, una posizione “conservatrice”. È bene non modificare nulla perché ogni intervento determina danni molto maggiori dei benefici auspicati.

Fin qui, a me sembra, ha prevalso una loselose situation. È possibile, oggi, dopo il referendum, cambiare questa paradossale condizione? Non è affatto semplice e certo non basta invocare “una nuova stagione di riforme”. Tuttavia abbandonare la logica del braccio di ferro è assolutamente necessario. Egualmente impossibile rimanere nel “limbo”. Inutile evocare i bei tempi andati. La riduzione del numero dei parlamentari, voluta dalla maggioranza del Paese, ha determinato una situazione inedita. Se vogliamo sperare di avere un Parlamento più efficiente, efficace, autorevole dobbiamo riconoscere che si è aperto un serio problema di rappresentanza sia per ampie aree del territorio, sia per le minoranze. È indispensabile riconoscere che l’operato delle Camere migliorerà solo con la profonda revisione dei regolamenti parlamentari. Le riforme in grado di disegnare un nuovo e più avanzato equilibrio non cadranno dal cielo ma saranno frutto di un confronto difficile, serrato che dovrà vedere la partecipazione di tutti. I vincitori del referendum dovranno far proprie le buone ragioni dei sostenitori del NO, così come quest’ultimi dovranno abbandonare ogni posizione rigida e passatista per sporcarsi le mani con la nuova realtà. Saremo in grado di praticare un approccio winwin, abbandonando la spasmodica ricerca della visibilità politica di breve periodo per ricercare il bene comune?

 

Monopattino mon amour!
Richieste per l’utilizzo del Recovery Fund

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