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Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, di Remo Rapino

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 “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” di Remo Rapino (Minimum Fax 2019), a sorpresa, ha vinto il Premio Campiello 2020, ottenendo 92 voti sui 264 inviati dalla Giuria dei Trecento Lettori Anonimi.

Al secondo posto si è classificato Sandro Frizziero con “Sommersione” (Fazi Editore), con 58 voti, al terzo Ade Zeno con “L’incanto del pesce luna” (Bollati Boringhieri) con 44 voti, al quarto Francesco Guccini con “Trallumescuro. Ballata per un paese al tramonto” (Scrittori Giunti) con 39 voti, e al quinto posto Patrizia Cavalli con il suo “Con passi giapponesi” (Einaudi), con 31 voti.

Ricevendo il prestigioso premio Remo Rapino ha dichiarato: «Dedico questo Campiello a mio padre che nasce nel 1926 e muore nel 2010 e lo faccio nascere e uscire dal mondo come Liborio. Questa sera mancava solo lui, avrei davvero voluto che ci fosse. Liborio è una voce che, raccontando se stesso, racconta un secolo di storia e lo fa da una periferia esistenziale e dà voce a quelli che non hanno voce, agli ultimi della fila, agli emarginati».

Ho letto il libro qualche settimana prima dell’aggiudicazione del Campiello e, lo confesso, non ho mai pensato a una sua possibile affermazione. Troppo difficile e spigoloso anche se, indubbiamente, intrigante, affascinante. Rapino narra ai lettori l’intera storia di Bonfiglio Liborio, “una cocciamatte”, il pazzo che tutti scherniscono e che si aggira strambo e irregolare sui lastroni di basalto di un paese che non viene mai nominato. Un racconto lungo oltre ottant’anni, dalla scuola del Maestro Romeo Cianfarra ai primi lavori nella barberia di mastro Girolamo e nella bottega del funaro mastr’Antonio Funicelle, dalla guerra alla Resistenza contro “quei cazzo di tedeschi”, dall’amore per Teresa Giordani alla frequentazione del bordello della maitressa Donna Assunta. E poi ancora, dalle esperienze nelle fabbriche Borletti e Ducati all’amicizia con i “fiommisti” (iscritti alla FIOM) Boschetto, Lenino, Malatesta e Palmiro e addirittura dal manicomio del dottor Alvise Mattolini fino agli anni della vecchiaia, in cui torna in paese, in compagnia della Sordicchia. Le vicende di una cocciamatte incontrano la storia d’Italia e porgono al nostro sguardo punti di vista inediti, inattesi. Una cocciamatte diventa il nostro Virgilio attraverso veri e propri “gironi” di storia patria.

Non è certo la prima volta che il matto del paese si affaccia nella narrazione ma, se si escludono alcuni grandi personaggi della letteratura passata, non è certo usuale che un “diverso” sia scelto per dipingere un grande affresco storico. Non è la storia degli ultimi a essere raccontata, è un ultimo a raccontare la storia, a offrire la sua versione; a svelare lati nascosti, pensieri reconditi, parole impronunciabili. Noi non avremmo avuto il coraggio di guardare in quegli angoli, di dichiarare quei sentimenti, di confessare quei pensieri. Lo fa invece Bonfiglio Liborio, in semplicità e candore, non nascondendo nulla, libero da paure e remore, dal perbenismo e dal politicamente corretto, mettendo in campo tutto ciò che è stato, “vita, morte e miracoli”, per l’appunto.

Per il suo racconto la cocciamatte ha bisogno di un linguaggio inedito, molto distante dal classicismo o dalle forme di sperimentalismo che fin qui abbiamo conosciuto. Le parole seguono il flusso dei pensieri, la sintassi è destrutturata, la frase perde ogni rilevanza. Tutto è nell’immediatezza del pensiero, della sensazione, della riflessione del protagonista. Contano solo le parole e il ritmo.  Con centinaia di espressioni dialettali, nella maggior parte dei casi italianizzate in modo efficace, Rapino riesce nel miracolo di liberare il lettore da quel groviglio di apostrofi, dieresi, accenti che aggravano ogni forma di scrittura dialettale, regalando una strana lingua che ha il profumo e il sapore dell’Abruzzo, sua terra d’origine. Per fortuna non ho avuto bisogno di ricorrere all’uso del ricco Glossario posto in appendice, ma non mi sono privato del piacere di leggerlo una volta conclusa la lettura del romanzo.

Allora, tutto perfetto? Non esattamente. L’ambizione del “racconto storico” rischia di essere anche il suo limite. Non è semplice per nessuno, neppure per Bonfiglio Liborio, proporre a ogni tappa riflessioni nuove, acute, pertinenti, com’è nelle aspettative. E anche quel meraviglioso linguaggio, ossessivo e lirico, semplice e spiazzante, sgangherato e prezioso -talora davvero geniale – a lungo andare rischia di diventare ripetitivo. Forse qualche pagina in meno non avrebbe guastato.

Resta, in ogni caso, una prova d’autore di grande coraggio e di sicuro interesse che merita ogni attenzione e considerazione.

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