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Ebru Timtik, avvocato turca morta per i diritti umani

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In Turchia, Ebru Timtik, donna turca avvocato e attivista per i diritti umani, a fine 2018 era stata condannata a 13 anni e mezzo di reclusione per terrorismo. Imprigionata nel carcere più grande d’Europa a Siliviri, la donna aveva cominciato uno sciopero della fame: chiedeva soltanto di poter avere un processo giusto al posto di quello, che era stato una farsa, che si era tenuto alla fine dell’anno presso la trentasettesima Corte del Tribunale Penale di Istanbul.

Infatti Ebru era stata prelevata a forza alla fine del 2017 insieme ad altri 15 avvocati – colleghi dell’associazione progressista Cagdas Hukukcular Dernegi (CHD) – a sua volta considerata affiliata all’organizzazione terroristica Dhkp-C che nel 2015 aveva ammazzato un procuratore.

L’avvocato e i suoi 15 colleghi erano stati rinchiusi nel carcere di massima sicurezza, soprannominato anche “il carcere dei giornalisti” a causa dell’alta presenza di cronisti e reporter dietro le sbarre.

Nel settembre 2018, la donna era stata rilasciata per volontà di un giudice che non aveva confermato il reato di terrorismo. Le modalità di rilascio hanno avuto del grottesco: dopo aver atteso ore in commissariato, ormai libera, Ebru Timkit era stata prelevata e condotta in auto in una zona deserta, dove di fatto è stata abbandonata.

Rassegnata e trascinandosi a piedi, l’ex condannata era rientrata a casa ma, dopo poche ore, la polizia l’aveva nuovamente prelevata e ricondotta in carcere, con una nuova accusa di terrorismo con altri 8 colleghi.

Il sostituto del giudice precedente (esautorato a causa del rilascio) aveva condotto il nuovo processo in modo diverso, accettando di accreditare testimoni anonimi e vietando la presenza della difesa, quindi senza alcun contraddittorio. Ecco pertanto l’inevitabile conferma della precedente condanna, da scontare nel settore L di massima sicurezza del carcere.

Ebru Timtik, 42 anni, era di origine curda e il suo vissuto e le vicende del suo popolo l’avevano portata ad aderire alla sinistra rivoluzionaria dell’associazione CHD che venne però chiusa a causa delle leggi contro il terrorismo emanate dal governo di Recep Tayyip Erdogan. Tutti gli avvocati affiliati al CHD sono stati perseguitati e minacciati e, malgrado tutti gli appelli internazionali, oltre 300 di loro sono stati arrestati e condannati.

Da queste vicende era scaturita la decisione di Ebru che ha iniziato uno sciopero della fame per tenere viva l’attenzione sul suo caso e su quello dei suoi colleghi; ad aprile, aveva concordato, insieme a un suo collega Aytac Unsal, di digiunare fino alla morte. Insomma avevano deciso di andare fino in fondo.

Per nostra scelta preferiamo evitare di descrivere le vicissitudini subite da questa donna da febbraio a oggi: sta di fatto che, pur essendo stata trasferita in ospedale a fine luglio, giovedì 27 agosto Ebru è morta. Pesava ormai meno di 30 kg.

Ha dichiarato in una nota Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia: «La situazione turca è paragonabile a quella dell’Egitto, è terribile. Lo stesso presidente di Amnesty Turchia è sotto processo per terrorismo, attualmente in attesa di appello. Una condanna mai successa in tutti questi anni di attività della nostra associazione. Questo fa capire come la situazione sia sfuggita di mano». Concludendo lapidario: «Fino a che la Turchia sarà nella Nato, non ci saranno grandi cambiamenti. La svolta deve essere politica, della politica europea».

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