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Lotta al caporalato, qualcosa non ha funzionato

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Certamente molti ricorderanno che al primo di giugno era scattato il provvedimento del Decreto Rilancio con cui si sarebbe potuta regolarizzare la posizione lavorativa dei braccianti agricoli immigrati soprattutto allo scopo di far emergere le situazioni di caporalato. Ne aveva dato notizia, commossa, il ministro Teresa Bellanova spiegando che gli invisibili finalmente sarebbero riemersi.

Non è andata esattamente in questo modo: secondo il governo, infatti, la potenziale platea dei beneficiari avrebbe potuto arrivare a circa 600.000 irregolari, ma le domande pervenute per la sanatoria sono state 207.000. Anzi, fin qui i numeri sarebbero quasi un successo (sicuramente parziale), ma denoterebbero un trend positivo. Non fosse che 177.000 domande – l’85% del totale – hanno riguardato la regolarizzazione di colf e badanti, mentre solo il 15% ha riguardato i braccianti agricoli. Quindi, in realtà, sono emersi solo 30.000 lavoratori, uno ogni 5 dei 150.000 stimati sul territorio italiano.

Probabilmente alcuni motivi per questa risposta non incoraggiante erano già insiti nei requisiti di legge per ottenere la sanatoria, poiché per applicare la norma era necessario che il lavoratore avesse già ricevuto nell’anno precedente (2019) un regolare contratto di lavoro, cosa che escludeva di colpo tutti i precedenti prestatori d’opera in nero. Non solo, era stato previsto un corrispettivo di 500 euro una tantum – da parte del datore di lavoro – per sanare la pratica – non considerando che questo importo in realtà corrisponderebbe a una mensilità o addirittura due della paga di un lavoratore in nero.

 Ma c’è ben altro ancora, poiché la regolarizzazione sarebbe stata solo per sei mesi ; pertanto se al termine di questo periodo, i lavoratori migranti avessero avuto ancora un contratto di lavoro subordinato, la sanatoria sarebbe poi stata convertita in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Nessuno ha però tenuto conto che durante i mesi invernali, mentre la natura riposa, anche i lavori agricoli subiscono necessariamente una pausa e quindi non ci sono posti di lavoro disponibili.

In ogni caso il ministro Bellanova si è ugualmente detta soddisfatta, spiegando che il percorso intrapreso è quello giusto e che ora sarà necessario proseguire con il piano triennale contro il caporalato. Ha infatti spiegato in una nota su Twitter: «Abbiamo sempre affermato la necessità di una finestra più larga e quella di estendere la possibilità di emersione e regolarizzazione anche ad altri settori tagliati fuori, dall’edilizia alla logistica alla ristorazione. Il nostro obiettivo è evidente: sottrarre al lavoro nero e al caporalato, che non è solo in agricoltura, persone e braccia. Le migliaia e migliaia di persone che, anche in agricoltura, da oggi, hanno riguadagnato visibilità e dignità, sono una ragione in più per rafforzare il nostro lavoro».

E allora, forse, dobbiamo ripartire e far correggere quello che di sbagliato c’era nella legge, per dar modo davvero a tutti di poter lavorare senza subire continui sfruttamenti.

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