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Alcuni Paesi del G20 spendono troppo in energia fossile

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Un nuovo rapporto pubblicato da Friends of the Earth USA e Oil Change International ha puntato il dito contro molti governi dei Paesi del G20 che, nel 2015, avevano stilato l’Accordo di Parigi – Cop 21) sul clima.

Non a caso il report indica che ogni anno sono stati versati 77 miliardi di dollari in progetti legati a petrolio, gas e carbone: governi che avevano aderito a Cop 21, hanno continuato a trasferire soldi pubblici (quindi denaro dei propri contribuenti) per favorire un settore in decadenza e soprattutto fortemente inquinante. Operazioni che, oggi più che mai, risultano inadeguate, vista anche la criticità sia dei bilanci delle diverse Società legate ai combustibili fossili, sia quella dell’utilizzo di tecnologie obsolete – peraltro altamente inquinanti – nella vita quotidiana.

In estrema sintesi, in 4 anni sono stati spesi più di 300 miliardi che si sarebbero potuti invece impiegare per trovare e utilizzare fonti di energia rinnovabile e pulita.

I Paesi aderenti al G20 che guidano la classifica delle spese maggiori per energia fossile sono Cina, Giappone, Canada e Corea del Sud (ma l’Italia risulta essere al sesto posto): insieme rappresentano oltre i due terzi della spesa complessiva del G20.

Al contrario la Banca Europea per gli investimenti (BEI) e il World Bank Group hanno investito in progetti legati all’energia pulita per un totale di oltre 8 miliardi di dollari all’anno, purtroppo decisamente pochi.

In Europa il Paese che più ha investito nel settore delle rinnovabili è la Germania che ha incrementato gli investimenti in questo settore di circa il 25% tra il 2013 e il 2015.

Alla luce di quanto emerso con la pandemia da Covid 19 – che ha gettato il mondo in una situazione economica drammatica – è ormai noto che è necessario cambiare approccio per risolvere innanzitutto il problema ambientale e infatti uno studio pubblicato su Oxford Rewiew of Economic Policy (firmato da nomi eccellenti tra cui il premio Nobel Joseph Stiglitz ) sostiene che per uscire dalla crisi economica è assolutamente necessario puntare sullo sviluppo green che offre maggiore resa e soprattutto una più ampia occupazione, consentendo anche l’incremento dei risparmi sul lungo termine, grazie alle agevolazioni fiscali.

Quindi, a dirla tutta, l’emergenza Covid ci ha messo di fronte all’impossibilità di rimandare ancora la transizione verde, evidenziando la conseguente esigenza di limitare il riscaldamento climatico, il che dimostra ancor di più quanto sia deleterio e controcorrente investire soldi pubblici nella produzione e nell’utilizzo di combustibili fossili.

Da qui l’invito che emerge in una nota a margine del rapporto: «Far sì che i governi mettano in campo tutte le misure possibili per salvaguardare lavoratori e comunità, accompagnandoli nella rivoluzione verde, anziché favorire banche e società inquinanti, legate a posizioni e tecnologie del secolo scorso».

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