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Stati Popolari: che cosa sono e il loro Manifesto

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Gli Stati Popolari sono nati proprio dal luogo per definizione simbolo dei lavoratori e del sindacato: la piazza. È stata infatti piazza San Giovanni a Roma che il 5 luglio scorso ha visto il ritrovo di tanti lavoratori di tutti i tipi, è stata il luogo dove “gli invisibili diventano visibili”.

Distanziati per quanto possibile, ordinati e con la mascherina, si sono alternati sul palco braccianti agricoli, precari, rider, operai della Whirlpool – che sta per chiudere – lavoratori dell’Arcelor Mittal (Ex Ilva) che non riescono a vedere il proprio domani.

Ma ci sono anche lavoratori della scuola, i senza lavoro, i giovani e i senza tetto. Sono questi gli Stati Popolari, organizzati dal leader sindacale dell’ Usb (Unione sindacale di base) Aboubakar Soumahoro.

È lo stesso Soumahoro che spiega che non è una piazza della protesta, bensì della proposta, e chiede che la voce degli invisibili venga finalmente ascoltata.  Molti partecipanti condividono le proprie storie, chiedono dignità e diritti, chiedono di non essere solo corpi da sfruttare ma lavoratori con la dignità dei lavoratori.

Ed è da questa piazza che nasce il Manifesto degli Stati Popolari, con sette punti programmatici sui quali il leader afferma: «Se la politica non darà un segnale chiaro per queste proposte, faremo da soli: abbiamo la responsabilità di un cammino condiviso per realizzarle, perché dobbiamo, perché possiamo». Ma non è tutto, poiché sempre Soumahoro ha affermato: «Gli Stati Popolari saranno una palestra di pensiero ma anche una palestra dove costruire la giustizia sociale, un movimento (che si tradurrà in un movimento politico) in cui si viaggerà tra pensiero e azione» aggiungendo «La politica finora ha trasformato la società in un serbatoio elettorale, dove si prendono i voti e poi si aspettano nuove scadenze. Noi vogliamo vivere il presente e desideriamo soprattutto costruire il futuro per i nostri figli».

Ecco quindi in sintesi i punti del Manifesto:

  • al primo punto c’è la richiesta di un piano nazionale per l’emergenza lavoro, decisamente peggiorata dopo il lockdown per la pandemia;
  • al secondo viene chiesto un piano di edilizia popolare per far fronte all’emergenza abitativa;
  • al terzo si chiede la riforma della filiera alimentare, perché, viene spiegato «vogliamo mangiare sano ma vogliamo conoscere anche quanto sono pagati gli agricoltori, i braccianti, i rider, le cassiere del supermercato: altrimenti parliamo di un cibo non sano, ma marcio»;
  • al quarto punto – il più articolato – si chiede di abolire i decreti Salvini, o meglio i decreti “insicurezza”che hanno creato solo illegalità, e la legge Bossi-Fini perché sono leggi che incitano al razzismo. Viene anche chiesto di riformare la legge sulla cittadinanza, una riforma della politica di accoglienza e il rilascio di un permesso di soggiorno per emergenza sanitaria convertibile in un permesso di lavoro;
  • al quinto si propone una riforma di giustizia ambientale, un’attenzione all’ambiente in cui viviamo e che ci circonda;
  • al sesto viene chiesto di mettere in atto nuove politiche che rimuovano qualsiasi tipo di disuguaglianza;
  • al settimo punto, infine, viene proposto un piano nazionale per la cultura, per creare, veicolare e custodire i valori sociali e i principi fondamentali su cui si basa la nostra Repubblica.

A chiudere la manifestazione di piazza San Giovanni sono stati invitati i rappresentati di Black lives matter Roma e di Italiani senza cittadinanza e a parlare è stata Jovana Kuzman, di quest’ultimo movimento: «Siamo oltre un milione di ragazzi e bambini che sono cresciuti in Italia, ma che ancora oggi non vedono riconosciuta la propria identità. Siamo prigionieri dell’attuale legge 91 del ‘92 per la concessione della cittadinanza, una legge ormai vecchia, incapace di rispondere alle esigenze di una società profondamente cambiata dagli anni ‘90. Dopo 20 anni in Italia dobbiamo ancora chiedere il permesso per rimanere nel Paese che consideriamo casa. Senza cittadinanza non si esiste: non possiamo votare, non possiamo scegliere liberamente quali lavori fare e perdiamo tantissime opportunità di studio all’estero». (fonte repubblica.it)

Il movimento di Italiani senza cittadinanza denuncia anche come, all’atto della richiesta di cittadinanza, vengano sborsati 250 euro, soldi che dovrebbero servire a diminuire i tempi per l’iter burocratico, mentre il primo decreto Salvini del 2018 aveva portato addirittura a quattro anni la durata per il completamento delle pratiche. In altri Paesi europei i tempi di attesa vanno da 6 mesi a 1 anno. Effettivamente diventa impossibile commentare i tempi del nostro Paese e della nostra burocrazia.

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