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Donald Trump contro i social: è guerra aperta

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Tutto ha avuto inizio con un messaggio del presidente Donald Trump via Twitter, il social di cui spesso il presidente degli Stati Uniti ha fatto uso.

In uno dei tanti messaggi, Trump ha insinuato che, in occasione delle prossime elezioni presidenziali del 3 novembre, il voto per posta  potrebbe essere suscettibile di numerosi brogli. Il motivo sarebbe che questo sistema di voto favorirebbe anzitutto i democratici, dal momento  che votano in modo più massiccio a distanza, rispetto all’elettorato repubblicano.

A questo punto è intervenuta la piattaforma del social Twitter– fondata da Jack Dorsey – con un “alert” che bollava come fake news le affermazioni del presidente, definendole prive di fondamento. La risposta di Trump non si è fatta attendere: ha firmato, infatti, l’ordine esecutivo che in concreto  si rivolge alla Federal Communications Commission (FCC) e la Federal Trade Commission (FTC) chiedendo loro di annullare la celebre “section 230”, una legge del “Communications Decency Act” che stabilisce che «nessun fornitore o utente di un servizio digitale interattivo sarà considerato come editore o relatore delle informazioni fornite da un altro fornitore di contenuti informativi».

Annullare la Section 230 significa quindi iniziare a considerare i social network come editori, cioè imporre loro l’onere di analizzare tutto ciò che viene pubblicato dagli utenti, e di prendersi la responsabilità di intervenire (o di non farlo) per non incorrere in cause legali.

A questo punto Twitter ha rincarato la dose, oscurando un altro tweet del Tycoon etichettandolo come “esaltazione della violenza”. A tutti gli effetti, in una situazione molto tesa a Minneapolis per l’uccisione dell’afroamericano George Floyd, Trump aveva scritto: «Non posso star qui a guardare quel che succede in una grande città americana, Minneapolis. Una totale mancanza di leadership. O il debolissimo sindaco di estrema sinistra Jacob Frey si dà una mossa e riprende il controllo della città, o manderò la Guardia nazionale per fare il lavoro che serve», proseguendo: «Ho appena parlato con il governatore Tim Walz e gli ho detto che le forze armate sono totalmente con lui. Se ci sono difficoltà, assumeremo il controllo, ma quando parte il saccheggio, si inizia a sparare. Grazie!». Le manifestazioni di protesta da Minneapolis non soltanto non sono cessate, ma anzi si sono diffuse in molti Stati e purtroppo a Detroit è morto pochi giorni fa un diciannovenne, ucciso da spari non identificati.

Amnesty International, commentando la decisione di Donald Trump, ha diramato una nota ufficiale: «Ognuno dovrebbe accedere alle informazioni, specialmente durante una pandemia nella quale notizie corrette possono fare per molti la differenza tra la vita e la morte. Oltre 100.000 persone sono morte negli Usa e quest’amministrazione continua a gestire male la crisi. Nessun’altra persona dovrebbe morire perché nel mezzo di un’emergenza globale non ha ricevuto informazioni corrette.

Le minacce e le ritorsioni nei confronti di piattaforme social che fanno semplicemente fact-checking sono tanto più preoccupanti perché provengono da un’amministrazione che attacca la stampa e i giornalisti che dicono la verità. Non è il presidente a decidere cosa è vero e cosa no. Proseguire con questo pregiudizio è pericoloso e irresponsabile.

Non c’è alcun motivo per cui Twitter debba sentirsi in colpa per aver finalmente deciso di fornire informazioni di contesto ai suoi utenti. Era un atto da tempo dovuto e c’è ancora altro da fare per renderla una piattaforma sicura per le utenti e gli utenti che ogni giorno subiscono attacchi».

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