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Undici le donne uccise durante l’isolamento per Covid-19

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È stata Amnesty International Italia a esprimere pubblicamente timore per le donne relegate in casa a causa della pandemia da Covid-19, ben presagendo i meccanismi di una convivenza forzata che già di per sé porta all’esasperazione alcuni rapporti familiari.

Sta di fatto che molte donne, bambini e adolescenti si sono trovati a essere letteralmente intrappolati con mariti, padri, partner o familiari aggressivi che l’isolamento forzato ha reso ancora più esacerbati, inasprendo una situazione violenta di partenza solitamente già acclarata.

Diciamo a chiare lettere che le undici donne non sono morte a causa del Coronavirus o da quello che qualcuno ha definito “dramma da convivenza forzata”, ma sono state uccise da uomini che le hanno brutalizzate, molto spesso agendo per il timore di essere lasciati e abbandonati a se stessi; preferendo uccidere piuttosto che permettere alle  loro compagne di assumere autonomamente decisioni di distacco.

Susy Mailat (Brescia, 8 maggio), Marisa Pireddu (Serramanna – Cagliari-, 5 maggio), Alessandra Cità (Truccazzano-Milano- 19 aprile), Maria Angela Corona (Bagheria-Palermo-, 16 aprile), Viviana Caglioni (Bergamo, 6 aprile), Gina Lorenza Rota (Rho-Milano- 2 aprile), Lorena Quaranta (Furci siculo, 31marzo), Rossella Cavaliere (Brindisi, 19 marzo), Bruna De Maria (Beinasco-Torino-, 13 marzo), Barbara Rauch (Appiano-Bolzano, 10 marzo) e Larisa Smolyak (Camaiore-Lucca-, 4 marzo).

Questi i nomi delle undici vittime atrocemente uccise da compagni, mariti e perfino figli; uomini che spesso non riescono a comprendere  fino in fondo l’amore che viene loro offerto, diventato inaccettabile dal mondo machista che mette all’indice il sentimento materno o qualunque tipo di passione e abnegazione, sostituendoli invece con il possesso della figura femminile, volendola piegare a qualunque ordine e desiderio.

Purtroppo, spiega anche Amnesty sul proprio sito, il vero problema è che in Italia la violenza di genere e il cosiddetto femminicidio sono fenomeni strutturali e non occasionali e, in questo periodo, hanno soltanto trovato situazioni più favorevoli.

Naturalmente, e lo si sostiene da decenni, è necessario lavorare per cambiare un sentire maschilista radicato in ogni luogo e situazione, mentalità che vede la donna come oggetto, come persona inferiore e possibile da  prevaricare, motivi per cui molti maschi umani non trovano niente di meglio che assoggettarla a sé con botte, intimidazioni e violenze di ogni tipo.

Diciamo ancora una volta alle donne che un uomo violento e prevaricatore non si cambia: inutile e pericoloso pensare di poterlo fare, si mette a rischio la propria vita e magari quella dei figli.

Il cammino per un cambiamento radicale e culturale del pensiero maschilista è davvero lungo, molto più di quanto sarebbe ragionevole ritenere. Diventa quindi necessario adottare ora e subito tutti i provvedimenti necessari affinché le donne possano fuggire da uomini violenti, favorendo le modalità di denuncia e mettendo loro a disposizione luoghi sicuri dove si possano riparare, evitando di trovarsi in pericolo come succede troppo spesso.

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