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A proposito di Morgana

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A proposito di Morgana. Cosa ne sapete? Confesso che prima di leggere il libro di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri (Morgana. Storie di ragazze che tua madre non approverebbe, Mondadori 2019), avrei saputo dire ben poco. Unico riferimento il ciclo di Re Artù, in cui la Fata Morgana è sorellastra del re, impara le arti magiche da Merlino e le utilizza per combattere Artù e sua moglie Ginevra. Pochi e banali elementi.

Invece la vicenda di Morgana è ben più complessa, nella mitologia e nella letteratura. Le origini sembrano risalire alla mitologia celtica e il suo nome all’antico irlandese Mórrígan o Mórrígu, una vera e propria divinità. Nella cultura tardo-medievale il mito si incarna nella storia della Fata Morgana. Le Fate erano sacerdotesse, donne depositarie di saggezza e conoscenza. In alcune iconografie Morgana appare leggermente sollevata dal suolo, con un incedere dolce, leggero e misterioso. Forse da questa immagine trae nome l’effetto ottico “fatamorgana”, un miraggio visibile nella fascia dell’orizzonte, cui si richiameranno i miti diffusi nello Stretto di Messina e le leggende della nave fantasma condannata a solcare i mari senza mai tornare a casa.

Anche nei testi riferiti al ciclo di Re Artù, Morgana è una figura inquietante. Educata dalle suore, dispone di poteri soprannaturali che la rendono capace di assumere e far assumere le sembianze di animali e esseri inanimati. Combatte con il suo maestro Merlino, pratica ogni sortilegio contro Artù, Ginevra, Lancillotto, anche se alla fine è capace di soccorrere il fratellastro e riconciliarsi con lui.

In letteratura il mito viene ripreso nel romanzo “Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley nel 1983, opera che, con illecita semplificazione, potremmo definire di genere fantasy. Non è un caso che proprio Michela Murgia dedichi alla scrittrice statunitense il volume “L’inferno è una buona memoria”, pubblicato nel 2018 per i tipi di Marsilio. L’autrice sarda racconta di essersi imbattuta nel testo all’età di trent’anni, in occasione di un viaggio da Olbia a Civitavecchia. Un incontro quasi occasionale che tuttavia avrà una grande influenza: “non sono certa di aver misurato la portata esatta dell’impronta che quel romanzo ha lasciato nella mia vita, sulla mia scrittura e sulla mia visione politica, femminista e di fede”. In particolare, afferma la Murgia, “Morgause, la sorella oscura delle tre ragazze di Avalon, mi ha insegnato che potevo essere femminista e allo stesso tempo non essere affatto buona”. Morgana non è donna di teneri sentimenti, è donna che persegue i suoi obiettivi, che lotta per il potere.

È questa la “chiave” per leggere anche l’agile volumetto a quattro mani di Murgia e Tagliaferri. Se il cosiddetto “migliorismo femminile” postula che le donne possano raggiungere gli stessi traguardi degli uomini a condizione che siano migliori di loro, le Morgana non soffrono la sindrome di Ginger Rogers (stare accanto a Fred Astaire e fare le stesse cose, “ma all’indietro e sui tacchi a spillo”).

Le Morgana “sono mistiche guerrafondaie, fantasmi che si aggirano nella brughiera, bambine ciniche, pornostar col cervello, atlete scorrette, regine del circo della vita, stiliste straccione, estremiste della ferita come arte, architette senza compromessi e icone trasgressive contro tutti i canoni”. Ecco le storie di Moana Pozzi, Caterina da Siena, Grace Jones, delle sorelle Brontë, di Moira Orfei, Tonya Harding, Marina Abramović, Shirley Temple, Vivienne Westwood, Zaha Hadid. Vicende difficili, donne “scorrette”, solitarie, spesso “egoiste”. “Sono state attaccate, disprezzate, condannate, additate, e se i tempi fossero stati diversi sarebbero state bruciate”. Infatti vengono tutte “dal misterioso albero genealogico di Morgana, un seme che passa di mano in mano e arriva a chiunque, maschio o femmina, voglia vivere senza dover giustificare l’unicità della propria storia”.

Eppure resta una differenza tra maschi e femmine, come le autrici ricordano in una bella pagina dedicata a Zaha Hadid. Secondo Alberto Arbasino il percorso per diventare maestri si articola in tre tappe: “il talentuoso comincia da giovane promessa, vive da solito stronzo e alla fine diventa venerato maestro”. Per la donna il rischio è quello di rimanere per sempre “la solita stronza”. Perché il “mondo” non ancora sopporta il successo delle donne a meno che non le “riscatti da una condizione drammatica e svantaggiata”, non porti con sé una buona dose di dolore e sofferenza.  Le donne che scelgono “un perché invece che un per chi” sembrano condannate a vivere e morire da sole, “le donne che scelgono se stesse perdono infatti il diritto alla felicità”.

Allora conviene seguire le suggestioni del “femminismo cattivista” della Murgia e della Tagliaferri. Con loro non leggeremo “storie edificanti” ma, di certo, storie “educative”.

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