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Fase 2: Il Governo, la task force di Colao e il dibattito democratico

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Il giorno di Pasqua Massimo Recalcati ha consegnato a La Repubblica una bella riflessione sulla “curva dell’angoscia”. Volendola sintetizzare in poche battute potremmo dire che stiamo attraversando diverse fasi di angoscia. La prima è stata di tipo persecutorio: “la paura del contagio, della malattia, dei suoi rischi”. Ma, subito dopo, è sopraggiunta una nuova fase che l’autore definisce di lutto collettivo. “Abbiamo perduto il nostro mondo, le nostre abitudini, la possibilità di vivere come prima”. Ci attende un “tempo di inevitabile convivenza collettiva col male”. E così “non potremo più essere quello che siamo stati ma non sappiamo bene ancora cosa potremo diventare. Quello che è certo è che quello che diventeremo non è già stato, non potrà essere quello che siamo stati. Non più dopo questo trauma. È questa la nostra paura più grande. Ma come diceva bene Jung: “Là dove è grande la paura, questo è il nostro compito”.

Qualche giorno prima Javier Cercas, scrittore e saggista spagnolo, in un articolo su L’Espresso – Il coraggio di avere paura, ha ricordato che Walter Benjamin scrisse “che la felicità consiste nel vivere senza paura”. In questi giorni di pandemia, tuttavia, “per l’Europa vivere senza paura non è possibile. E non dovrebbe farlo: il coraggio non consiste nel non aver paura – ciò è temerarietà – ma nel controllarla, fare ciò che deve essere fatto e andare avanti”.

Proviamo a seguire queste suggestioni. La paura è inevitabile, sia essa determinata dal contagio e dalla malattia, dalla forzata convivenza con il male o dall’improvviso venir meno di modelli di riferimento cui aggrapparsi. Ma sappiamo anche che una sana quota di paura aiuta ad affrontare il pericolo, a difendersi, a trovare strategie per uscire dalle strettoie in cui, più o meno incolpevolmente, ci si trova. Almeno per questa fase potremmo fare a meno della felicità di cui parla Benjamin e accettare di convivere con la paura.

Ma, a ben guardare, lo stesso Benjamin, in un aforisma, precisa che “essere felici vuol dire essere capaci di diventare autoconsapevoli senza paura”. Come diventare “autoconsapevoli”? Credo ci siano pochi dubbi. Bisogna comprendere quale sia il nostro compito. Bisogna “fare ciò che deve essere fatto e andare avanti”. La paura non può immobilizzare la nostra azione, anzi deve stimolarla, spingerla in avanti.

La questione allora diventa: cosa deve essere fatto? Se non possiamo essere più quello che siamo stati, se la nostra precedente “normalità” è fuori gioco, in quale direzione dobbiamo incamminarci? Naturalmente le ipotetiche risposte, anche a volersi limitare alla cosiddetta fase due, possono essere infinite. Alcune quasi scontate troveranno tutti d’accordo: mantenere il distanziamento sociale, utilizzare guanti e mascherine, mettere in sicurezza i lavoratori nella produzione e nei servizi, ripensare i trasporti pubblici, migliorare il lavoro e la didattica a distanza… Altre forse faranno storcere il muso a qualcuno: incrementare, finalmente, la presenza femminile nei posti di lavoro, far ripartire al più presto la produzione al Sud, investire massicciamente nel Mezzogiorno anche per decongestionare il Nord, rilanciare la progressività fiscale. Ma questi sono solo alcuni esempi.

La questione centrale, piuttosto, è chi debba elaborare le scelte per il futuro. Il supermanager Colao? La sua task force? Gli epidemiologi? La domanda non è affatto retorica. Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di alte competenze che affianchino la politica. Ma, certamente, corriamo due rischi speculari. Il primo, di italica tradizione, è di affidare ai tecnici un mero ruolo formale, di facciata. Il secondo, al contrario, a fronte dell’attuale debolezza della politica, consiste nel delegare le scelte agli esperti. Il rischio è tanto più forte quanto più ammantato da “urgenze sanitarie”.

Le competenze, è bene ribadirlo fino alla noia, sono assolutamente essenziali. Ma la discussione deve essere aperta, trasparente, pubblica. Habermas potrebbe ribadire l’esigenza di un’opinione pubblica informata. È assolutamente necessario che i corpi intermedi (sindacati, categorie imprenditoriali, terzo settore) siano protagonisti di questo processo. Noi dobbiamo esserci, non possiamo diventare gli ascoltatori passivi delle conferenze stampa delle 20.

Ecco, credo sia questa la consapevolezza necessaria ad essere felici, diventare parte di un progetto, contribuire a generare decisioni, portare frutti.

L’alternativa, purtroppo, è il progressivo ritrarsi della democrazia. Di questo dobbiamo preoccuparci, altro che delle app che pregiudicherebbero la privacy. Non vorrei proprio essere costretto a vivere un’ulteriore angoscia da coronavirus: la paura della riduzione della democrazia, la paura dell’espropriazione delle scelte.

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