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Salvataggi e Ong: Sea-Watch

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Proprio nel giorno di Pasqua sarebbero morte in mare numerose persone in seguito al naufragio di un barcone tra Malta e Tripoli. La denuncia è arrivata dalla Ong Sea-Watch Italia che spiegava, attraverso un tweet, come Alarm Phone – il servizio telefonico per i migranti in difficoltà – avesse loro segnalato che circa 250 persone erano alla deriva dal giorno prima su 4 gommoni. A bordo di ognuno c’era un numero di persone variabile: uno ne conteneva 47, un altro 72, un terzo  55 e l’ultimo 85 individui. Una di queste imbarcazioni si è capovolta in mare e le persone che vi si trovavano sono naufragate senza poter avere soccorsi.

Era stata la stessa Sea Watch a chiedere l’intervento del Commissario europeo per i diritti umani Dunja Mijatovic «per chiarire che i diritti delle persone salvate in mare devono essere garantiti a prescindere da quale sia la nave che li soccorre». Inoltre, ha spiegato l’Ong, l’Agenzia europea Frontex non solo ha segnalato la presenza in mare dei quattro barconi, ma anche che uno di essi si era capovolto in mare. Lapidario il commento nello stesso tweet di Sea- Watch: «Sono stati lasciati morire soli nel giorno di Pasqua da un’Europa che parla a vuoto di solidarietà verso le persone che soffrono» (fonti: Corriere della sera, Repubblica, Il Sole 24Ore).

Solo nella serata di ieri (fonte Ansa) la Guardia Costiera ha fatto sapere che «dalle immagini trasmesse, non si rileva la presenza di corpi, relitti o oggetti galleggianti in mare – né nelle vicinanze di un altro gommone segnalato nella zona sempre da Alarm Phone, né nell’area circostante – che possano far pensare a un naufragio». Sicuramente verrà fatta chiarezza al più presto su quanto sia realmente accaduto.

In tempi di Coronavirus, come è normale che sia, l’attenzione è tutta focalizzata sui numeri di morti e contagi a causa della pandemia da cui nessun luogo del nostro pianeta si salva, ma i migranti – sempre più disperati perché il CoVid 19 fa stragi anche in Africa – non si fermano e cercano di scappare verso condizioni di vita migliori di quelle che lasciano.

Del resto la stessa Ong, su cui abbiamo scritto diversi articoli come ad esempio questo, sul proprio sito spiega in modo diretto i motivi della propria nascita e della propria missione: «Sea-Watch nasce alla fine del 2014 grazie all’iniziativa di alcuni volontari che hanno deciso di non stare più a guardare le migliaia di persone morire annegate nel mar Mediterraneo.

Nonostante l’Unione Europea si dichiari impegnata a garantire i diritti umani, sceglie la chiusura nei confronti delle persone in fuga dalle guerre e dalle situazioni drammatiche che affliggono i paesi di origine.Questa chiusura corrisponde a un blocco delle frontiere e discutibili accordi con Paesi terzi, quali la Turchia e la Libia, molto controversi in ambito di diritto internazionale. Il risultato di questo isolamento è che, a poche miglia dalle nostre coste e dalle nostre spiagge, migliaia di donne, uomini e bambini continuano ad annegare ogni anno nel tentativo di raggiungere un porto sicuro.

Questi sono i motivi per i quali ci dedichiamo al salvataggio in mare: nessuno, in cerca di una vita sicura e più umana, merita di morire alle frontiere dell’Unione Europea».

Nemmeno, e a maggior ragione, con una pandemia in corso.

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