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Covid 19 e Terzo Settore

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L’emergenza Covid 19 ha mostrato l’estrema fragilità del Paese. Sistema sanitario, organizzazione del welfare, struttura produttiva, mondo del lavoro alle prese con la pandemia hanno evidenziato i propri limiti. Allo stesso tempo il volontariato e, più in generale, il Terzo Settore hanno confermato la vitalità e la capacità di intervento che abbiamo conosciuto in tutte le situazioni critiche affrontate dall’Italia.

Ma questa non è un’emergenza come le altre. Non è un terremoto o un dissesto idrogeologico, ha una radicalità inedita, ci interroga a fondo sul modello di convivenza e di sviluppo che possiamo sostenere. Certo, la spesa per la sanità pubblica, dopo anni di contrazione, dovrà tornare a crescere. Una copertura universale contro la povertà appare inevitabile. La battaglia contro l’inquinamento e le polveri sottili troverà nuovi adepti. Insomma, si aprirà una stagione di riflessione, il modello unico iperliberista non sarà più vangelo.

In questo generale ripensamento di ruoli e funzioni non fa certo eccezione il Terzo Settore. In un incontro a distanza con alcuni amici del volontariato qualche giorno fa ci chiedevamo cosa abbia insegnato l’esperienza di queste settimane e, soprattutto, quando si allenteranno i vincoli della “distanza sociale”, come cambierà il volto e l’azione dei soggetti del Terzo Settore. Usando un’espressione imprecisa, ma in fondo efficace, come sarà la “ripartenza”? In realtà il Terzo Settore non si è mai fermato, non deve affatto ripartire. Anzi, adesso più che mai è in attività, con funzioni assolutamente essenziali negli ospedali, nella protezione civile, nell’assistenza domiciliare e in moltissime altre attività. Inoltre ci avviamo verso una lunga fase di transizione, non ci sarà nessun punto e a capo ma, piuttosto, delle profonde trasformazioni in corso d’opera. Eppure l’idea della “ripartenza” restituisce la giusta sensazione di un prima e di un dopo, di un cambiamento in cui molte cose non saranno più uguali a come le abbiamo conosciute in precedenza.

Naturalmente, per affrontare un tema tanto vasto, avremmo bisogno di un approfondimento che solo una lunga fase di ascolto e confronto sarebbe in grado di assicurare. Soprattutto dovremmo mettere insieme i tanti diversi punti di vista di coloro che in queste settimane sono stati direttamente in prima linea. Tuttavia non voglio sottrarmi al dovere di proporre qualche sommaria riflessione.

In primo luogo sono convinto che il ruolo del Terzo Settore sia destinato a crescere ulteriormente. In questi giorni abbiamo toccato con mano i guasti dell’arretramento delle politiche pubbliche in tanti ambiti. Inutile entrare nel dettaglio. Certamente qualche correttivo dovrà essere apportato. Ma la crisi ha evidenziato criticità e bisogni così estesi e profondi da esaltare la funzione del solidarismo. Il Terzo Settore non può e non deve supplire alle carenze dello Stato, ma neppure possiamo attenderci dallo Stato quello che non è in grado di assicurare. I bisogni sociali sono ormai così diffusi e articolati che associazionismo, volontariato e imprese sociali sono assolutamente indispensabili per la convivenza civile e il benessere sociale.

In secondo luogo la crisi ha dimostrato, se mai ce ne fosse bisogno, che nulla si improvvisa. Al contrario, soprattutto nell’emergenza entrano in campo solo coloro che si sono a lungo preparati. Non c’è spazio per bluff e propaganda.  Allo stesso tempo c’è bisogno di tutti, delle grandi organizzazioni ma anche delle piccole reti di prossimità, di quartiere, tematiche. Chiunque abbia costruito una relazione autentica con singoli segmenti della società rappresenta un bene prezioso, una risorsa da mettere a frutto. Ripeto, strutture grandi e piccole, nazionali e locali, generaliste e tematiche, tutte concorrono alla coesione sociale e, quindi, rappresentano un capitale insostituibile.

In terzo luogo tutto il Paese, e il Terzo Settore non fa eccezione, deve acquistare maggiore confidenza con le nuove tecnologie e inserirle strutturalmente nella propria azione. Non possiamo nascondere di aver conservato, finora, un pizzico di diffidenza. In realtà restiamo convinti che il contatto personale valga di più di una video chat, che la relazione diretta sia assolutamente insostituibile. Eppure oggi abbiamo avuto la dimostrazione che la tecnologia riesce a spezzare l’isolamento, ad attenuare la solitudine, a garantire il dialogo. Oggi più che mai gli incontri sono stati garantiti dalla messaggistica, dai social, dalla rete. Anziani, bambini, adolescenti, giovani, ciascuno in modo diverso hanno combattuto l’isolamento e la solitudine con questi strumenti. Chiusi in casa abbiamo potuto continuare a lavorare, a giocare, a socializzare, a “sentirci insieme”. Chi, per qualsiasi motivo, ne è rimasto escluso ha subìto una pesantissima quarantena. Naturalmente non vogliamo e non possiamo trascurare le relazioni dirette, sono nel DNA di chiunque operi nel Terzo Settore. Ma, per il futuro, il digitale deve entrare organicamente nelle nostre pratiche, nei nostri progetti.

Infine, nell’emergenza la collaborazione diretta tra attività professionale e volontariato è apparsa a tutti evidente. Negli ospedali, nei servizi territoriali, nell’assistenza alle persone: spesso l’una non può fare a meno dell’altro. In alcune organizzazioni i due ambiti convivono efficacemente, basti pensare alla protezione civile. Ma la collaborazione e/o la convivenza non sono sempre così armoniche. Spesso abbiamo fatto esperienza di quanta diffidenza permanga nei confronti dell’associazionismo e del volontariato. Abbiamo l’obiettivo di governare sempre al meglio la relazione tra professionismo e volontariato, non solo nelle situazioni di evidente necessità. Nella vita quotidiana, “in tempo di pace”, è necessario costruire nuove e migliori relazioni. Lo stesso vale nei rapporti tra volontariato e istituzioni. Oggi eroi, ieri e domani apprezzati ma non necessari, talora relegati in un angolo. Le istituzioni devono dialogare costantemente con il Terzo Settore, devono imparare a considerarlo un alleato da tenere gelosamente al proprio fianco, nelle grandi come nelle piccole scelte.

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