Portale di economia civile e Terzo Settore

Coronavirus: la fragilità italiana

82

Il Coronavirus, impietosamente, ha messo a nudo l’estrema fragilità del nostro Paese. Viaggiamo sempre sull’orlo del precipizio, al limite delle possibilità, nella speranza che la buona sorte ci assista e un colpo di genio venga in nostro soccorso.

Intendiamoci, l’insorgenza di una pandemia era assolutamente imprevedibile e, ancor più, la circostanza che il contagio colpisse così forte proprio in Italia. Eppure è accaduto. Eravamo, anzi siamo impreparati. Non poteva che essere così. Anche altri Paesi si dimostrano non all’altezza di una sfida “impossibile”. Ma, al netto dell’imponderabile e di eventi mai (o quasi mai) sperimentati, resta la fragilità del sistema Italia.

È fragile il nostro Sistema Sanitario Nazionale. Beni preziosi sono l’universalità del servizio e la grande competenza e umanità del personale. Ma precarie si sono rivelate le strutture e le attrezzature. Pochissimi i posti letto in terapia intensiva, peraltro drasticamente ridotti negli ultimi anni. Al minimo le attrezzature disponibili, assolutamente carenti i dispositivi di protezione individuale (peraltro senza scorte o approvvigionamenti garantiti). Pochi i medici ospedalieri, gli infermieri, gli operatori socio sanitari. Del tutto inadeguata la medicina territoriale. I medici di base sembrano indifesi e senza coordinamento, in estrema difficoltà nel far fronte all’enorme pressione di un numero infinito di pazienti terrorizzati.

È fragile il nostro sistema di welfare. A partire dall’assistenza agli anziani. Le “case di riposo” sembrano improvvisamente diventate gironi danteschi dove si rischia la vita. Siamo il Paese più vecchio d’Europa ma facciamo finta che il problema non esista, non ci preoccupiamo di sostenere e facilitare le nascite, ma neppure di metter in atto una politica per l’invecchiamento attivo, per le residenze assistite, per l’assistenza domiciliare. Tutto resta affidato alle famiglie, alle badanti, alle strutture private. Un’organizzazione precaria, ingiusta, incapace di reggere qualsiasi evenienza imprevista.

È fragile il nostro sistema produttivo. Potremmo enumerare infiniti esempi, dalla bassa produttività alla scomparsa di intere filiere, anche di valenza strategica. E così, ad esempio, scopriamo di essere in difficoltà per le mascherine, per i respiratori, per i letti degli ospedali. Le consideriamo produzioni banali e, quindi, da affidare alle sole dinamiche del mercato.

È fragilissimo il nostro equilibrio di bilancio. Lo sapevamo bene anche prima di questa catastrofe, ma adesso che abbiamo assoluto bisogno di liquidità per salvare la nostra economia siamo costretti ad alzare la voce contro i rigoristi dell’Europa del Nord, anche minacciando di fare da soli (non si sa bene cosa). In realtà siamo perfettamente consapevoli che il debito pubblico è una pesantissima palla al piede che azzera la nostra credibilità ai tavoli negoziali.

È fragilissimo l’intero mondo del lavoro con tassi di occupazione incredibilmente bassi, specialmente quelli relativi a giovani e donne. La condizione lavorativa nel Mezzogiorno è al collasso. E pure il personale sanitario è estremamente carente, migliaia di imprese del Nord non trovano manodopera, la Pubblica Amministrazione ha un’età media imbarazzante. Peraltro è del tutto inesistente una qualsiasi programmazione dei flussi migratori, legali si intende.

Sono fragili le nostre infrastrutture, dalla rete stradale e autostradale alla rete ferroviaria. Siamo in estremo ritardo nella digitalizzazione. Solo l’emergenza ha obbligato centinaia di migliaia di lavoratori a “provare” lo smart working, a partire da quelli della Pubblica Amministrazione che in questi giorni lavorano da casa, “artigianalmente”, spesso senza alcun sistema di protezione dei dati trattati. Le scuole di ogni ordine e grado sono in estremo affanno soprattutto dopo aver scoperto che la didattica da remoto non è un diversivo per passare qualche giorno “speciale” ma può diventare la sola modalità per salvare l’anno scolastico.

Ancor più fragile è il territorio – i fiumi, le montagne, i laghi, il mare – senza cura e manutenzione da decenni. Le città, e non solo le più grandi, registrano livelli di inquinamento intollerabili, eppure sappiamo bene quali siano i rimedi. I cambiamenti climatici determinano eventi estremi, dalla siccità alle bombe d’acqua, mettendo a rischio vite umane e produzioni agricole.

Con il Coronavirus, contemporaneamente e inesorabilmente, tutti i nodi sono venuti al pettine. La polvere per anni nascosta con cura sotto il tappeto oggi ci avvolge in una densa nube. La politica del rinvio di ogni questione strategica risulta ormai impraticabile.

Non sono mai stato, e non lo sono neppure ora, pessimista o tanto meno disfattista. Ma non venitemi a dire che non è il tempo delle recriminazioni ma del dolore e dell’impegno. Questa è pura retorica. Oggi, invece, è il momento di fermarsi ad analizzare con freddezza e lucidità le tante criticità del sistema Italia e iniziare a fare scelte oculate per il futuro, a partire da come rimettere in moto, tra qualche settimana, una macchina produttiva e amministrativa che dovrà procedere a passo ridotto ancora per qualche mese.

Non sono in grado di fornire risposte all’altezza della complessità dei problemi. Ma una convinzione l’ho maturata e non posso tacerla. Se la fragilità italiana è frutto di almeno 30 anni di errori e scelte sbagliate c’è una sola costante che ha caratterizzato questo lungo periodo: un liberismo d’accatto che ha sistematicamente delegittimato e smontato il ruolo pubblico nella produzione, nei servizi, nella stessa organizzazione dello Stato. Mi permetto di chiamarlo “liberismo d’accatto” perché, quanto meno nel lungo periodo, il liberismo dovrebbe assicurare lo sviluppo dell’economia, anche a scapito dell’equità. Invece, in Italia, siamo riusciti a diminuire la ricchezza e a diffondere le diseguaglianze come non mai. A questo mirabile risultato hanno contribuito in pari misura Destra e Sinistra. La prima dimostrando di non avere alcuna visione strategica, la seconda confondendo il liberismo sfrenato con la modernità, abbandonando il campo dell’equità e aprendo praterie alla rabbia sociale.

L’economia e il profitto sono cose troppo serie per essere abbandonate a predoni e businessmen improvvisati, lo affermo anche a tutela dei moltissimi che fanno impresa con passione e generosità. Sanità, scuola, infrastrutture possono essere all’altezza delle necessità se vengono preservati un forte ruolo delle Istituzioni e una rigorosa programmazione pubblica, anche delle funzioni affidate ai privati. Tutti, infine, abbiamo bisogno di più equità e di una visione che sappia pensare almeno ai prossimi trent’anni. Ne saremo capaci?

Il CoVid 19 non può essere veicolato da cani e gatti
Perché in Asia e Africa nascono molte epidemie

Leave A Reply

Your email address will not be published.

Loading Facebook Comments ...