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Europa e Coronavirus

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L’Europa è oggi l’epicentro della pandemia di Coronavirus. I numeri sono impietosi. In Italia è impressionante la quantità di persone contagiate, migliaia di cittadini devono ricorrere alle cure dei sanitari, molti finiscono nei reparti di terapia intensiva, gli anziani e i più fragili rischiano la vita. Le conferenze stampa pomeridiane della Protezione Civile diffondono veri e propri bollettini di guerra. Ma la situazione in Spagna, in Germania e in Francia, solo per citare i Paesi più popolosi, purtroppo sembra ripercorrere lo stesso andamento italiano: numeri crescenti in modo esponenziale per contagiati, ricoverati, deceduti.

Giorni addietro abbiamo riscontrato da parte di giornalisti e governanti degli altri Paesi qualche atteggiamento di sufficienza nei confronti degli italiani, come al solito imprevidenti, confusionari, drammatici. Qualcuno si è spinto fino a considerarci gli “untori” del Continente. È bastata una settimana per indurli a più miti consigli. Il Coronavirus non fa sconti a nessuno e sconsiglia ironie fuori posto. Intendiamoci, basta tornare con la memoria alla metà di febbraio per rammentare anche le nostre battute  nei confronti dei cinesi. Il razzismo è merce a basso prezzo che circola con facilità ovunque. Ma allo stesso modo potremmo ricordare atteggiamenti di sottovalutazione che bollavano come “esagerato e allarmista” chi consigliava cautela e adeguate misure di prevenzione.

Ma tutto questo è ormai storia. L’attualità presenta un panorama chiaro: l’Europa è al centro di un’epidemia molto seria, di cui non possiamo conoscere il decorso, che mette in grave difficoltà l’economia di ciascun Paese e dell’intera Europa. Per altro non dobbiamo dimenticare che la Cina è appena uscita dalla fase più drammatica ma altri grandi Paesi sono solo alle prime battute, come ad esempio gli Stati Uniti. Altri ancora con ogni probabilità sottostimano volutamente i dati reali del contagio (Iran) o, semplicemente, non diffondono informazioni (Russia). In ogni caso è evidente che il Coronavirus costituirà anche un’occasione per ridisegnare gli equilibri mondiali, per il riposizionamento strategico delle grandi potenze nella battaglia per il predominio economico e per gli assetti geopolitici.

Come risponde a tutto questo l’Europa? Per fortuna di fronte allo sconquasso dell’epidemia sembra svanito il rigorismo degli anni passati. L’Italia trova comprensione e disponibilità. La Presidente della Commissione pronuncia parole toccanti (“siamo tutti italiani”) e assicura che all’Italia sarà concesso quanto chiesto e ritenuto opportuno. Il Presidente del Parlamento europeo auspica la massima convergenza tra gli Stati membri e una politica europea coesa e incisiva. Unica stonatura la dichiarazione della presidente Lagarde quando ha affermato che la gestione dello spread non è materia della Banca Centrale Europea ma dei singoli Stati. Affermazione che, come tutti sappiamo, è costata il crollo delle Borse e l’impennata dello spread in Italia. Ma, naturalmente, il giorno successivo è arrivata un’equilibrata precisazione del numero due di Francoforte.

Allora tutto bene? L’Europa si presenta attrezzata per l’emergenza Coronavirus e, soprattutto, per le misure economiche di contrasto alla crisi e di rilancio della produzione e dei consumi? Direi proprio di no. Dismessi i panni arcigni del rigorismo, l’Europa balbetta. Non è assolutamente in grado di coordinare le politiche di emergenza sanitaria. Ogni Paese va in ordine sparso adattando le scelte alla progressione della diffusione del virus. Nessuna capacità di orientare le opzioni e di anticipare gli eventi. Allo stesso modo in campo finanziario non sembra esserci nessuna possibilità di immaginare una grande strategia comune di sostegno alle economie nazionali. E così mentre l’Italia arranca stanziando qualche miliardo di euro in deficit, gentilmente autorizzato dall’Unione, la Germania parla di stanziamenti di 550 miliardi di euro. Altro che coesione, dopo la crisi le distanze rischiano di diventare abissali, incolmabili. In definitiva, parole gentili, qualche concessione agli sfortunati, assenza di scelte, distanze crescenti.

Per la verità non c’è nulla di nuovo. È questa la tragedia, non c’è nulla di nuovo nella politica europea neppure di fronte a un cataclisma come quello che stiamo affrontando. Eppure questi sono i passaggi in cui è necessario fare un salto di qualità, in cui ci si aspetta che qualcosa cambi, che si abbandoni il ritmo lento e sonnacchioso delle istituzioni comunitarie per mostrarsi all’altezza della situazione. Questa volta, però, il rischio è molto più alto. Per l’Unione Europea è in gioco il suo residuo di credibilità. Persa questa partita probabilmente l’Europa sopravviverà stancamente, con un ruolo sempre meno incisivo e più burocratico. Si annuncia una sconfitta senza precedenti. Forse al momento l’argomento non è all’ordine del giorno. Le urgenze sembrano altre. Ma arriverà prestissimo il redde rationem. Si può invertire questa tendenza? Sembra assai difficile. È doloroso riconoscerlo ma nella vicenda europea siamo vicini al punto di non ritorno. E purtroppo non lo afferma un sovranista euroscettico, ma un convinto europeista.

 

#iorestoacasa. Se ne ho una dove stare
Grazie, presidente Sergio Mattarella

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