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Il pericolo di un’unica storia di Chimamanda Ngozi Adichie

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Provo imbarazzo nel segnalare un piccolo volume, solo 18 pagine al netto di accessori redazionali, eppure voglio farlo. D’altra parte dovrà pur esserci un motivo se una grande casa editrice lo propone in questi giorni alla nostra attenzione. Mi riferisco a “Il pericolo di un’unica storia” di Chimamanda Ngozi Adichie, per i tipi di Einaudi.

La brevità è presto spiegata: si tratta della rielaborazione del testo di una Conferenza tenuta nel 2009. Non una qualsiasi ma un TED Talk. TED è l’acronimo di Technology Entertainment Design, un marchio di conferenze statunitensi gestito dall’organizzazione privata non-profit The Sapling Foundation. Nato nel 1994 sui temi della tecnologia e del design ha pian piano esteso il proprio raggio d’azione a tematiche scientifiche e culturali sotto il motto “Idee che val la pena diffondere”. Tra i suoi più celebri speaker Bill Clinton, Bill Gates, Jimmy Wales, James Dewey Watson. Oggi i TED Talks si sono moltiplicati e raggiungono milioni di persone in tutto il mondo.

Nel 2009 la trentaduenne Chimamanda Ngozi Adichie propone The Danger of a Single Story. All’epoca l’autrice ha al suo attivo due romanzi di successo, L’Ibisco viola (2003) e La metà di un sole giallo (2006), e un gran numero di premi e riconoscimenti accademici, dividendosi tra gli Stati Uniti e la Nigeria. Terrà un’altra famosissima conferenza TEDx nel 2012, pubblicata nel 2014 anch’essa da Einaudi con il titolo “Dovremmo essere tutti femministi”, che invitiamo caldamente ad ascoltare o leggere.

Ma torniamo al nostro testo assumendo a riferimento le sue parole conclusive: “quando rifiutiamo l’unica storia, quando ci rendiamo conto che non c’è mai un’unica storia per nessun luogo, riconquistiamo una sorta di paradiso”. Che cos’è “l’unica storia”? Quando siamo di fronte a un’unica storia? In che condizioni e per quale motivo una storia può trasformarsi in un’unica storia?

Ogni volta che la nostra narrazione semplifica la complessità, banalizza la molteplicità delle esperienze riportandola a un unico cliché, attribuisce forzatamente un valore generale a un caso singolo allora la storia diventa “un’unica storia”. “La mia coinquilina aveva un’unica storia dell’Africa. Un’unica storia fatta di catastrofi. In questa unica storia, non vi era alcuna possibilità che gli africani fossero in alcun modo simili a lei. Nessuna possibilità per sentimenti più complessi della pietà, nessuna possibilità di un rapporto alla pari tra esseri umani”. Ma la tentazione di aderire all’unica storia è in agguato in ciascuno di noi. “Ricordo il mio primo giorno a passeggio per Guadalajara. Osservavo la gente che andava al lavoro, che preparava tortillas al mercato, che fumava e rideva. Ricordo di aver provato, all’inizio, una leggera sorpresa seguita da un moto di vergogna. Mi sono resa conto di essere stata talmente immersa nella narrazione mediatica sui messicani, che nella mia mente erano diventati soltanto una cosa: l’abbietto immigrato. Avevo abboccato. Avevo creduto all’unica storia sui messicani, e non avrei potuto provare più vergogna di me stessa”.

La conclusione è inevitabile: “L’unica storia crea stereotipi”. E anche in questo caso il punto di vista della Adichie finisce per stupire: “E il problema degli stereotipi non è che sono falsi, ma che sono incompleti. Trasformano una storia in un’unica storia”. Nello stereotipo c’è del vero ed è questo il motivo per cui entra con facilità nel senso comune. Ma lo stereotipo è dannatamente incompleto e l’incompletezza condanna all’amputazione, alla parzialità, alla “povertà”.

Nell’unica storia le persone svaniscono, le esperienze si appiattiscono, le diversità scompaiono. Nell’unica storia i popoli sono trasformati in maschere, interpretati con categorie astratte e generiche, totalizzanti. Nell’unica storia gli africani sono tutti poveri, i messicani sono tutti immigrati, gli occidentali sono tutti bianchi, con gli occhi azzurri e giocano con la neve.

Non c’è ingenuità in questo processo, non è un semplice gioco di bimbi. Anzi, “è impossibile parlare di un’unica storia senza parlare di potere”. “… mostrate un popolo come una cosa sola, come un’unica cosa, svariate volte, ed ecco che quel popolo diventa quella cosa”. Parole adatte a descrivere quel che oggi accade nelle narrazioni del potere.

Da un’unica storia traggono origine le discriminazioni di genere, razziali, sociali, culturali. Adichie, al contrario, racconta storie, ama le storie delle donne e degli uomini, dei poveri e dei ricchi, degli statunitensi e dei nigeriani. A partire dalla sua storia di donna, nigeriana, statunitense, scrittrice. Neppure le storie sono sempre a lieto fine, belle, giuste, ma essendo tante portano con sé gioie e dolori, giustizie e ingiustizie, degrado e dignità, fallimenti e rinascite e, in ogni caso, ci aiutano a riconoscere “la nostra pari umanità”.

 

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