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Che cosa si può imparare da una lotta contro un’ epidemia

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Una funzione fondamentale del pubblico nelle emergenze o in un’epidemia è quella di annotare scrupolosamente tutto quello che non ha funzionato a dovere. Serve certamente ad attribuire le responsabilità di errori di gestione, speculazioni politiche o finanziarie, truffe e così via. Ma soprattutto serve ad aggiustare il tiro in vista di un’ emergenza futura, che può essere anche più grave e più estesa di quella presente.

Governo e amministrazione ragionano in termini di mandato: le classi dirigenti hanno un orizzonte limitato a una manciata di anni e senza una critica puntuale possono disarmare il Paese per un piccolo risparmio a breve termine, semplicemente incrociando le dita e sperando che una eventuale catastrofe naturale o umana – terrorismo, incendi, virus, terremoti, eruzioni vulcaniche – capiti semmai ai loro successori. Il cittadino, che non ha un mandato di cinque anni ma mediamente di 70-80, non può permettersi di ragionare con un orizzonte così breve. Un’emergenza è anche uno stress test, mette alla prova il sistema e il suo unico lato positivo è quello di permetterci di imparare dagli errori e costruire un know-how utile a prevenire e a contenere i danni.

Diverse criticità stanno emergendo in questo periodo. La prima è quella dello sciacallaggio politico, in cui cariche istituzionali locali mettono in atto comunicazioni o misure inutili o addirittura controproducenti per mero vantaggio elettorale e bassa demagogia. La propaganda politica è ammissibile per i partiti, ma il presidente di una Regione non può permettersi di farsi fotografare con una mascherina sul volto quando bisogna contrastare il panico, né altri strombazzare la quarantena per i migranti salvati in mare dando così il messaggio fuorviante che il pericolo viene dall’Africa e dallo straniero. Il cittadino disinformato e incitato a isolare il “diverso” può essere benissimo contagiato da un italiano e in più può commettere reati a sfondo razzista (e in questi giorni purtroppo ne abbiamo visti). Non si possono in alcun modo impedire i tentativi di far cadere il governo da parte dei partiti, approfittando dell’emergenza e della epidemia, ma la responsabilità istituzionale deve essere separata dalla propaganda politica se vogliamo tutelare il cittadino.

Secondariamente, assistiamo a iniziative personali e senza coordinamento che vengono varate grazie al decentramento della gestione sanitaria. Una Regione chiude le scuole, quella vicina no, quell’altra chiude i bar ma solo dalle 18. Qualsiasi sia il vantaggio della riforma del Titolo V della Costituzione, in un’emergenza come quella che stiamo vivendo la disorganizzazione espone il cittadino alla confusione più totale, amplificando il panico e rischiando quindi disastri economici, finanziari e sociali.

È anche evidente che i tagli alla sanità pubblica degli ultimi decenni rendono il Paese più vulnerabile. Con solo poche regioni e poche zone colpite e un numero ridicolo di contagiati in percentuale sulla popolazione (600 persone su 60 milioni), ci sono già difficoltà con il personale sanitario. Mancano medici nelle zone rosse (quelle isolate da cui non si può né entrare né uscire) e in caso i focolai si moltiplichino si calcola che i posti in rianimazione e terapia intensiva saranno assolutamente insufficienti. I tagli sulla sanità hanno procurato un risparmio che è stato calcolato di circa 28 miliardi in 10 anni, ma basta un giorno di panico per far bruciare 30 miliardi in borsa e aumentare lo spread, devastando le finanze pubbliche. Si è perseguito quello che a Roma si definisce “il guadagno di Maria Cazzetta”, quello di risparmiare qualcosina e finire con lo spendere due volte tanto.

Abbiamo le strutture sul confine tra il cittadino e il contagio sguarnite e con personale precario, dilaniate da litigi tra i diversi livelli di burocrazia ed esposte al caos delle misure che variano da zona a zona in base a decisioni talvolta arbitrarie e spesso intese a ben altro. L’eroismo di chi lotta contro l’epidemia, i sacrifici del personale – decimato dal blocco del turn over – che fa anche 30 ore filate di turno, la genialità dei ricercatori precari e disprezzati: è tutto molto bello e adatto a un romanzo epico. Ma un Paese normale e organizzato non ha bisogno di eroi per funzionare.

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