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Piano Sud 2030. Progetto Italia

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Ho letto il Piano Sud 2030 Sviluppo e coesione per l’Italia e, per la prima volta dopo molto tempo, ho provato soddisfazione. Ottanta pagine di analisi e indicazioni programmatiche ben calibrate, un linguaggio rigoroso e chiaro, senza inutili tecnicismi. Leggetelo, parliamone.

Quando il Governo Conte bis si è presentato alle Camere abbiamo scritto che, pur tra mille incertezze sulla nuova maggioranza, ravvisavamo qualche elemento di novità. Tra questi la figura di Giuseppe Provenzano. Non ci eravamo sbagliati. Sono passati pochi mesi da quella data e vede la luce un documento che attendevamo invano da tempo immemore. Sia ben chiaro, documenti programmatici, anche validi, ne abbiamo visti diversi. Ma, almeno negli ultimi anni, mai del respiro strategico del Piano Sud 2030.

In primo luogo colpisce l’arco temporale preso in considerazione: un decennio, con al centro la programmazione dei fondi comunitari 2021/2027. Una prospettiva, quindi, che rende credibili interventi complessi e articolati. Il documento, inoltre, fa chiarezza sul recente andamento della spesa pubblica, sfatando la leggenda metropolitana che narra di una spesa per il Meridione enorme e fuori controllo. Non è così, da tempo siamo al di sotto della famigerata soglia del 34%, cioè della percentuale di popolazione residente al Sud. La realtà è che la spesa ordinaria è scesa considerevolmente, in parte sostituita dall’impiego dei fondi comunitari. Avete capito bene, le risorse comunitarie, per definizione “aggiuntive”, sono diventate sostitutive delle risorse ordinarie.  Lo dichiara, senza ritegno, il ministro Provenzano sia nel documento e sia in mille altre occasioni, assumendosi la responsabilità di un’affermazione che dovrebbe far impallidire qualsiasi dirigente dell’Unione europea.

Quindi un riequilibrio nella spesa ordinaria va praticato con rigore e convinzione a favore del Mezzogiorno. Ma altrettanto chiaramente, per fortuna e finalmente, si afferma che il problema non risiede nella scarsità delle risorse e non si risolve stanziando o promettendo ulteriori fondi. I soldi ci sono e da tempo. Il problema consiste nell’efficienza e nell’efficacia della spesa, questioni sulle quali il Sud è assai indietro. D’altra parte il Piano evidenzia come questa parte del territorio nazionale non sia un deserto produttivo ma una realtà complessa e contraddittoria dove convivono zone di grande arretratezza ed esperienze di eccellenza. Ma soprattutto si torna ad affermare che “l’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”. Il Piano ricorda che questa è una sfida epocale per il Paese, “la più difficile di tutta la nostra storia unitaria”. E’ proprio così ma finora nessuno è sembrato rendersene conto.

Un’altra novità consiste nel focalizzare l’attenzione soltanto su “cinque grandi missioni nazionali della coesione” che tratteggiano “una strategia – un’idea di Sud al 2030 – chiara e riconoscibile per i cittadini”: il Sud rivolto ai giovani, il Sud connesso e inclusivo, il Sud per la svolta ecologica, il Sud frontiera di innovazione, il Sud aperto al mondo nel Mediterraneo. Ma vengono indicate anche politiche che attraversano trasversalmente le tematiche citate, a partire da quelle per il lavoro (con un impegno inedito per il lavoro femminile) e per l’impresa, per le aree interne e per i contesti urbani.

Una considerazione particolare meritano le modalità attuative delle scelte programmatiche e il rafforzamento delle pubbliche amministrazioni del Sud. Sul primo aspetto va sottolineato l’orientamento al rafforzamento della dimensione nazionale della strategia, con un forte potenziamento della struttura centrale, a partire dal Dipartimento per le Politiche di Coesione e dall’Agenzia per la Coesione Territoriale, nella speranza che un deciso affiancamento alle Regioni aiuti a recuperare efficienza. Sul secondo aspetto vi è la dichiarata volontà di dotare le amministrazioni periferiche e gli enti locali di nuove risorse umane, adeguate nei numeri e nella qualificazione, superando logiche emergenziali e abbandonando il ricorso al precariato. Il tema è assolutamente centrale: nessun Piano potrà aver successo se non si cambia radicalmente la pubblica amministrazione meridionale. Le intenzioni, al netto di qualche frase infelice sul ruolo delle Assistenze tecniche, sembrano le migliori ma le soluzioni proposte non risultano ancora pienamente convincenti.

Tutto bene allora? Sì e no. Negli stessi giorni in cui il ministro Provenzano gira il Mezzogiorno e l’Italia per far conoscere il Piano Sud 2030 il Governo attraversa una fase molto delicata. Gli equilibri politici sono appesi a un filo. Il Movimento 5 Stelle è alla disperata ricerca di identità e di guida politica. Il PD, dopo il sospiro di sollievo per la vittoria in Emilia Romagna, resta alle prese con difficoltà strutturali; in più è condannato a essere sempre “responsabile” e a dover mediare su ogni tema con i partner di Governo. Italia viva, intanto, tira grandi bordate per reclamare un posto di primo piano sul palcoscenico. Conte è preoccupato e innervosito. Il panorama che ne emerge è davvero desolante. Riuscirà il giovane illuminato ministro a imporre la sua agenda, convincendo davvero gli interlocutori che “l’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”? Ci saranno occhi e orecchie attenti alla questione? La ragione e il buon senso porterebbero a far proprio uno slogan del movimento delle donne: “se non ora quando?” Purtroppo l’esperienza sembra suggerire che non è proprio aria. Ancora una volta speriamo di sbagliare. Comunque, grazie Provenzano!

 

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