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Sorry, we missed you

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Sorry, we missed you è un film che merita davvero di essere visto. Certo, non si tratta di una visione gradevole, rilassante, “affascinante”; e neppure di una storia straordinaria, sconvolgente, incredibile. Lo stile è semplice, asciutto, “documentaristico”; le vicende narrate sono ordinarie, quotidiane, “normali”. Tuttavia in questi elementi risiede la grandezza della narrazione. Il regista, Ken Loach, non ha bisogno di particolari presentazioni. Inglese, ottantaquattrenne, ha al suo attivo grandi film quali, solo per citarne alcuni, Piovono pietre del 1993, Terra e libertà del 1995, Il vento che accarezza l’erba del 2006 (due Palme d’oro al Festival di Cannes) o Io, Daniel Blake. Al contempo Loach è sempre stato dichiaratamente attivista politico del Labour Party, oggi convinto sostenitore di Jeremy Corbyn.

Sorry, we missed you narra la vicenda di Ricky, Abby e dei loro due figli, l’undicenne Liza Jane e il liceale Sebastian. Vivono a Newcastle e lottano disperatamente per restare una famiglia unita, anche a dispetto delle disavventure lavorative di Ricky che trascinano tutti in un vortice senza speranza. Ricky, dopo aver fatto diversi mestieri, crede di aver incontrato l’occasione della vita: diventare trasportatore freelance e così, con impegno e dedizione, incrementare sensibilmente il proprio guadagno, dare un futuro migliore alla famiglia e comprare casa, il suo sogno. Abby è un’assistente domiciliare e giorno per giorno si divide tra anziani e disabili, che raggiunge con la sua preziosa utilitaria. Tuttavia per consentire l’acquisto del nuovo furgone di Ricky, Abby è costretta a vendere l’auto. Ma le cose non vanno secondo le aspettative e l’attività “imprenditoriale” si rivela una vera e propria trappola, uno schiavismo dissimulato, un precariato senza prospettive.

Così le storie dei protagonisti e i loro rapporti familiari vanno progressivamente deteriorandosi. Abby sempre più stanca e provata, Liza Jane insicura e sola, Sebastian ribelle e oppositivo, Ricky disilluso, arrabbiato, disperato.
Il film restituisce allo spettatore con millimetrica precisione una storia contemporanea: il falso mito dell’evoluzione dal lavoro dipendente al lavoro autonomo e imprenditoriale che in realtà nasconde subordinazione, precarietà, incertezza, sfruttamento. Le persone vengono cinicamente illuse, private di ogni rete di protezione, abbandonate al caso e alla mala sorte. La famiglia viene travolta in questo vortice che cambia profondamente la vita di ciascuno e mina in profondità i loro legami.

Niente di nuovo, si potrebbe dire. Le cronache sono piene di questi episodi, la ricerca sociologica ha dato conto di tutto questo. Eppure la narrazione filmica di Ken Loach fa la differenza. Vedere sullo schermo la frustrazione di Ricky e la fatica di Abby, la disperazione di Liza Jane e l’insofferenza di Sebastian è un’altra cosa, obbliga a una consapevolezza diversa. Sembrerà strano ma questa storia quotidiana nelle sapienti mani del regista britannico ha il ritmo incalzante del film d’azione, una suspense da thriller che accompagna fino all’ultima scema, un andamento da tragedia greca, un coinvolgimento emotivo che lascia senza fiato. Eppure questi risultati vengono raggiunti con un linguaggio estremamente semplice, senza effetti speciali, senza alcuna retorica, senza moralismi. È la grandezza di Ken Loach, è il motivo per cui spendere due ore in compagnia di Sorry, we missed you.

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