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Caro diario, aspettando il Nido nel Bosco

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Caro diario,

la terza tappa del mio tour mi ha portato nella sede della Cittadella dell’Infanzia, dove, da Coop Sociale Orizzonte è nato il progetto Nido nel Bosco. Quest’ultimo avrà in futuro una sede propria, sempre che le istituzioni velocizzino i lavori non perdendosi dietro la solita burocrazia. Sarà una casa vera e propria, immersa nel verde, completamente in legno e costruita secondo le regole dell’ecosostenibilità. Ho visto qualche foto progettuale e poi ho chiuso gli occhi secondo i dettagli che mi sono stati forniti: una casa a due piani, arredata a scopo esclusivo dei bambini, piccole sedie, divanetti, tappetini, giochi, mensole basse – con gran soddisfazione di chi come me al supermercato deve chiedere al ragazzone di turno di scomodarsi a prendere il prodotto che si trova sull’ultimo scaffale – e soprattutto, l’atmosfera: calda, accogliente, quella che ricorda il mondo fiabesco che ci incantava da piccoli. Un sogno che spero di poter descrivere presto con foto sparse qua e là. Sono fiduciosa e ottimista.

Ma nel frattempo i bimbi di Nido nel Bosco lavorano, e lo fanno nella sede centrale della Cittadella. Attenzione, io ho scritto lavorano. No, chiaramente non significa che percepiscano salario, vuol dire che dobbiamo soffermarci a pensare a quanto sia orrida la parola “lavoretto”. Questa riflessione non nasce dalla mia intuizione ma dalle esternazioni di una splendida donna, pedagogista, il cui nome è Claudia Vitelli, cervello multitasking del team. A due anni, sapete, non è così semplice incollare due pezzetti di legno. Si tratta di un lavoro certosino che richiede impegno, precisione, concentrazione e infine gratificazione. Né è facile impugnare le matite colorate e dar vita a qualcosa che somigli alla realtà. Se torno indietro con la memoria a quando frequentavo la scuola materna, ricordo disastri. Le maestre erano distratte, per me disegnare un semplice volto era impresa impossibile e così mi ritrovavo sempre a dare forma a una casa sproporzionata con accanto un albero gigantesco, nuvole e sole. Sarà probabilmente anche per questo che oggi odio le matite e mi rifiuto di disegnare anche qualcosa di banale. Ma i bambini del Nido nel Bosco sono fortunati, accanto a loro lavorano degli esperti che stimolano la fantasia, evitano frustrazioni, guidano i piccoli e li gratificano ad ogni mossa. Quanto incide questo sull’autostima personale? Non poco, la fascia che va dai due ai sei anni è la più importante nell’ambito della formazione della personalità, e il lavoro che si fa nella sala gioco della Cittadella è teso anche a questo. Il messaggio non scritto è: tu vali. Lo ricorderanno da adulti, si spera, e se anche non dovessero pensare a ringraziare chi li ha aiutati in questo capolavoro dell’essere, pazienza. Mentre la parola chiave non potrebbe essere che questa: integrazione. Tra bambini che provengono da stili e culture diverse o luoghi diversi. Le educatrici sono presenti per ogni esigenza ma la prima è sicuramente quella di donar loro la rarità di un’opportunità, un bagaglio da portare con sé anche nella vita adulta, promuovendone sin da ora l’autonomia.

La sede centrale della Cittadella è a dir poco meravigliosa, le due stanze occupate dai bimbi del progetto Nido nel Bosco sono ampie, luminose, piene di giochi e libri disposti sapientemente per permettere interazione tra le varie fasce d’età e lasciando lo spazio adeguato per una corsetta ogni tanto, perché, si sa, è impossibile pretendere da un bambino che cammini o resti immobile come un pupazzo. Giusto così.

Un paio di belle avventure educative ricevute dai bambini le voglio raccontare, fissare nella memoria per non dimenticarle mai più. Comincerei dalla parte di un bimbo che qui chiamerò Federico; mentre io sedevo nella piccolissima sedia a loro destinata, lui stava spadellando nella cucinetta, una di quelle veramente graziose che farebbe venir voglia anche a me, che odio i fornelli, di mettermi a cucinare. Così io gli domando cosa stesse preparando e, nel caso, se potessi degustare. Stava facendo la pizza, molto elaborata direi, perché non lesinava quanto a ingredienti. Con un sorriso smagliante, alla fine me l’ha portata e sopra c’era una fragola. Gli dico che non esiste però la pizza con la fragola, che io almeno non ne ho mai vista una. Con una sicurezza degna da grande chef Federico mi risponde: «Esiste quella con l’ananas e la gente la mangia, a me non piace e quindi ci metto la fragola». Niente, non fa una piega, non c’è niente che si possa replicare, Federico preferisce prodotti non esotici ma autoctoni, ragiona meglio di me e di tanti altri per cui, bravo Federico, per volare in alto bisogna osare.

L’altro episodio è più complesso, ma dimostra in senso pratico quanto tutte le educatrici coinvolte siano brave, abbiano anima ed esperienza, amore per il proprio lavoro e una competenza senza pari. Be’ succede questo: un genitore accompagna due bambine – le chiamerò Barbara e Paola – nella sala giochi. Quando le due comprendono che verranno lasciate lì per qualche ora cominciano a piangere disperate. In una prima fase a nulla valgono le rassicurazioni, la dolcezza, le parole. Com’è giusto che sia, però, la madre a un certo punto va via. In particolare Barbara per almeno mezz’ora non fa che piangere con disperazione, ripetendo ad libitum la parola “mamma”. Si prova di tutto, mi cimento anch’io, per cinque secondi mi ascolta ma poi torna a spalancare la bocca in un pianto disperato. Momento critico, direi. Ma ecco che ad una delle educatrici, non me ne voglia se non ricordo il nome, viene in mente una magia. Prende un libro coloratissimo dallo scaffale e capisce immediatamente che non deve leggerlo, solo sfogliarlo, farle notare i colori di un bell’arcobaleno, di un paesaggio, accompagnare parole sussurrate alle immagini. È il momento topico, le due bambine smettono lentamente di singhiozzare, corrugano la fronte e aguzzano lo sguardo tipico della genuina curiosità e, semplicemente, smettono di piangere. Da quel momento in poi Barbara e Paola non piangeranno per tutto il resto della mattinata.

Mi complimento con l’educatrice, la quale mi dice che questo accade quando i genitori sono distratti e non stanno alle regole che vengono proposte e ripetute. Le due bambine erano state semplicemente portate lì per la prima volta, non avevano avuto la possibilità di fare un percorso di inserimento graduale. Un percorso che serve proprio ad evitare traumi di abbandono, scene come queste. Quando i genitori non si affidano agli educatori seguendone le indicazioni, purtroppo il risultato è questo. Ma chapeau all’educatrice, tutti ne avremmo voluta una così.

Infatti, quando Claudia Vitelli, gentilissima e disponibile, mi concede il suo tempo più che un’intervista asettica, il nostro diventa un colloquio. Però, una domanda, semplice semplice, io gliela pongo lo stesso: «Quanto è difficile lavorare con i bambini?». La risposta mi gela ma al tempo stesso tutti i pezzi del puzzle tornano a posto. Lei risponde: «Non è difficile lavorare con i bambini, è difficile lavorare con i genitori». Madri o padri distratti che ignorano quanto sia importante lavorare in sinergia, oppure inesperti, di spiegazioni in effetti ce ne sarebbero a centinaia.

Mi soffermo a pensare a quello che è uno degli obiettivi più importanti del progetto La Cittadella dell’Infanzia, ossia osteggiare la povertà educativa. Riscontro che un buon 30% dei bambini che al momento frequentano la sala giochi ne sono coinvolti; provengono da quartieri cosiddetti “difficili”, non dispongono di tutti gli strumenti necessari per una buona crescita, di conseguenza il loro modo di interagire e comportarsi non è per niente facile da gestire. Però ho osservato il comportamento delle educatrici che collaborano con Claudia Vitelli e che meritano di essere chiamate per nome: Fabiola Faieta e Lucia de Santis. Da non dimenticare l’apporto indispensabile di un ragazzo solare e con un gran sorriso, Valerio Tornincasa, informatico e capace di incantare i bimbi insegnando loro come produrre stampe 3D.

Fabiola e Lucia, ai miei occhi, a un certo momento sono diventate indistinguibili. Mi sono sentita come chi segue una partita di tennis: velocissime, efficienti, erano ora qui e ora lì, s’intendevano con dei cenni. E tutto questo per ore.

E poi, caro diario, vorrei metterti a parte di qualcosa di magico che ho imparato. Me ne ha parlato Claudia Vitelli ma poi ho visto farlo da una delle educatrici. Quante volte capita che un bambino si metta a urlare? Spesso, direi. Più lui urla, più noi dobbiamo abbassare la voce. Detta così sembra la scoperta dell’acqua calda ma no, è qualcosa di magico che funziona quasi sempre. Il bambino non percepisce ostilità, scende il livello dell’ansia e pian piano torna a comportarsi normalmente. Nei giorni successivi ho tentato l’esperimento con gli adulti e, sì, funziona.

E allora non urliamo contro nessuno, smettiamo l’aggressività, impariamo a dialogare. Tutti.

(Colonna sonora – Si può fare – Angelo Branduardi)

 

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