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E poi basta. Manifesto di una donna nera italiana

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Ho incontrato il libro di Espérance Hakuzwimana Ripanti, E poi basta. Manifesto di una donna nera italiana (People storie 2019) apparentemente per caso. Stavo lavorando, insieme ad amici e colleghi, a un progetto per le scuole superiori sul contrasto agli stereotipi e ai pregiudizi di genere. Sulle nostre scrivanie, inevitabilmente, si sono accumulati parecchi libri. Difficile scegliere quelli da proporre alla lettura dei ragazzi. Qualcuno troppo specialistico, qualche altro datato. Così questo bel volume dalla squillante copertina a sfondo azzurro si è imposto alla nostra attenzione. Un “manifesto di una donna nera italiana”. Di cosa si tratta? Giovane autrice alla sua opera prima. La curiosità si è fatta strada e la lettura è stata rapida e convincente.

Qualche dato biografico. Espérance Hakuzwimana Ripanti è una donna ventottenne nata in Ruanda negli anni del genocidio. Ha trascorso la prima infanzia in un orfanotrofio gestito da un’associazione italiana e, dopo l’adozione, ha vissuto in un piccolo centro della provincia di Brescia. Ha studiato all’Università di Trento e nel 2015 si è trasferita a Torino, dove ha frequentato la Scuola Holden. Oggi è un’attivista del movimento Razzismo brutta storia e gestisce laboratori contro tutte le forme di discriminazione con bambine e bambini, ragazze e ragazzi, associazioni, scuole, carceri e biblioteche. Inoltre, da un anno lavora per Radio Beckwith Evangelica, curando un programma di libri e attualità.

“E poi basta” è il racconto della storia di Espérance “attraverso episodi minuti, quotidiani, usando prosa, lettere, citazioni, pezzi di diario, elenchi, e attraverso le frasi che si è sentita ripetere in ogni luogo e attraverso i libri degli altri” (Il Post Libri). A tratti saggio a tratti romanzo, a tratti biografia a tratti manifesto civile. Per questo è impossibile riassumere in una “trama” l’andamento del libro. E allora, per offrire una prima sensazione di cosa troverete, mi affido alle parole dell’autrice nella parte finale della breve introduzione: “Però prima volevo mettere in chiaro qualcosa di oscuro agli altri ma innanzitutto a me. Perché alla bambina che sono stata, che ho realizzato l’unico sogno che abbiamo espresso non potrei mai dirglielo senza questo testo. Non sarebbe giusto per entrambe, per come ci siamo sentite, per le domande che ci hanno fatto e che ci hanno fatto sentire stupide, sole, minuscole, sbagliate e diverse. Allora questo testo è per noi, per i nostri otto anni, per i sedici di rabbia, per i ventuno di fughe e i ventotto che ci hanno visto arrivare, anche se non ci avremmo mai creduto. Per chi ci assomiglia allo specchio e in mezzo alle strade, per le vite in cui ci siamo sentite a disagio anche se non avremmo dovuto. Per le perdite e per le vittorie che nessuno immaginava. Questo testo è per ogni singola volta in cui ci chiederanno ancora certe cose solo per il gusto di sapere, solo per ottenere ciò che vogliono senza capire, senza saper ascoltare. Un testo con dentro le parole che non siamo riuscite a trovare prima. Con dentro la storia che abbiamo vissuto; uguale e diversa da quella degli altri, da quella di tutti. Una storia bellissima e tremenda, finalmente raccontata dalla parte giusta: la nostra. Questo testo è per noi, Espérance Hakuzwimana Ripanti. E poi basta.”

“Questo testo è per noi”, afferma la Ripanti, rivendicando il diritto a scrivere per se stessa, per trarre dall’oscurità la sua storia. Ma, in realtà, questo testo è per noi lettori, perché ci provoca in continuazione, pagina dopo pagina, per quello che è scritto e per come è scritto.

Perché il vissuto e le riflessioni di Espérance obbligano a pensare, a interrogarsi. Perché la scrittura è veloce, nervosa, frammentata, talvolta tortuosaLa lettura scatena rabbia, disagio, indignazione. Nulla è scontato e pacifico. Tutto è messo in discussione. Non ci sono risposte semplici e scontate ma solo dubbi e quesiti. I buoni sentimenti si trasfigurano in pregiudizi dissimulati. Un esempio su tutti. L’invettiva – non trovo altro termine per definirla – contro il “razzismo profondo” ha una forza fuori dal comune e mette a nudo il nostro inutile perbenismo. Le pagine del capitolo “Antirazzismo wannabe: suggerimenti” dovrebbero rappresentare una lettura obbligatoria nelle scuole italiane. Mi limito a citare l’incipit: “Dire ‘io non vedo nessun colore/siamo tutti uguali’ non fa di voi degli antirazzisti. Semmai delle persone che hanno bisogno di un salto dall’oculista”.

E ancora. Ci sono alcuni fili sotterranei che percorrono la narrazione. Il primo è la rabbia per l’incapacità ad ascoltare davvero gli altri e, di conseguenza, la carenza di rispetto per i pensieri, le convinzioni, i sentimenti di ciascuno. Il secondo riguarda la difficoltà a riconoscere le proprie fragilità, a venire a patti con la propria vulnerabilità. Ma nella storia di Espérance sembra esserci un quesito che si impone su tutti gli altri: riusciamo a vedere quante identità diverse sono attorno a noi? Ci rendiamo conto che il nostro mondo è fatto di storie, percorsi, bisogni, aspirazioni diversi? Espérance parte da sé – donna, giovane, nera – per aiutare a liberarci dai pregiudizi e guardare le persone che ci circondano con occhi nuovi.

Questo è il motivo per cui al grido di rabbia – “Io non mi do pace perché sono in pericolo, perché faccio fatica, perché ho paura” – seguono parole sussurrate e ferme: “possiamo fermare la notte, la paura, e dare vita a tutto ciò che resta. Sarà mondo e vita, sarà vittoria. Comunque nostra”.

 

Caro diario, aspettando il Nido nel Bosco
Caro Babbo Natale...

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