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Riflessione al maschile: dall’uguaglianza alle differenze

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Dopo aver pubblicato, nei giorni scorsi, il contributo di Valerio Cavallucci sul tema della differenza di genere analizzato dal punto di vista maschile, proponiamo oggi un approfondimento in merito a cura di Roberto Leombroni. 

 

Una sia pur sintetica ricostruzione storica del tema della differenza di genere non può non partire dalla constatazione di un’evidente asimmetria. Quella tra un femminismo relativamente giovane (circa due secoli) e un anti-femminismo antico quanto il mondo. Senza andare troppo indietro nel tempo, basti ricordare che, più di due millenni or sono, colui che Dante Alighieri definirà “il maestro di color che sanno”, Aristotele, nel libro I della Politica, teorizzava la differenza biologica tra uomo e donna come il fondamento “naturale” della subalternità femminile, accostando la figura della donna a quelle dello schiavo e del ragazzo. Se il primo, infatti, “non possiede, in tutta la sua pienezza, la parte deliberatrice” dell’anima, e se il secondo “la possiede non sviluppata”, la donna “la possiede ma senza autorità”. Di conseguenza, solo l’uomo libero, maschio e cittadino della pòlis, può aspirare a quelle posizioni di potere e prestigio che gli consentono di porsi come guida di chi ne è escluso “per natura”.

Il paradigma antropologico aristotelico si è imposto per secoli, senza sostanziali modificazioni. Nei decenni a noi più vicini, inoltre, lo stereotipo del maschio dominante si è arricchito di nuovi attributi: “bianco”, “eterosessuale”, “sano di mente” (ossia in linea con il modello di ragione dominante). Con conseguente crescita della lista degli esclusi: gli appartenenti a qualsiasi altro “colore”, gli omosessuali, i “folli” (o “malati di mente”).

Bisognerà attendere la fine del XVIII secolo perché, per quanto concerne le donne, il suddetto paradigma cominci a conoscere sensibili incrinature. L’apparizione collettiva di movimenti femminili sulla scena politica ha luogo già con la Rivoluzione francese del 1789. La Costituzione da essa prodotta nel 1791, tuttavia, nega loro i diritti riconosciuti agli uomini, ivi compreso il diritto di voto. Di qui l’iniziativa di una coraggiosa attrice e autrice teatrale, Olympe de Gouges, che, nello stesso anno 1791, pubblica il testo di una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, in evidente contrasto con il preambolo maschilista della Costituzione. L’effetto è quello del classico sasso nello stagno: tra il 1791 e il 1793 si costituiscono i primi club composti di sole donne. L’illustre rivoluzionaria finirà tuttavia ghigliottinata dai giacobini, nel 1793, con l’accusa, rivoltale da Le Moniteur Universel, di voler diventare “un uomo di Stato… dimenticando le virtù appropriate al suo sesso”.

Negli stessi anni, al di là della Manica, un’altra audace e anticonformista scrittrice inglese, Mary Wollstonecraft, condannata dall’etica puritana a causa dei suoi modi di vita “eterodossi”, di donna indipendente e non sposata, affronta il tema dell’emancipazione femminile, concentrandosi sul tema educativo. In particolare, la scrittrice pone l’esigenza di un’educazione paritaria, che sconfigga il modello pedagogico maschilista, che ha ridotto le donne al rango di fedeli e affettuosi “animali domestici”. Tale modello, a suo giudizio, gode purtroppo della complicità delle stesse donne che, vittime dell’educazione maschile, si rassegnano troppo facilmente allo stereotipo femminile, che le considera mere dispensatrici di “vezzi e frivolezze”. In altri termini, le donne, per conservare quel “piacere” che deriva dalla “supremazia della bellezza”, avrebbero “rinunciato ai diritti naturali che l’esercizio della ragione potrebbe procurare loro”. La rivoluzione dei costumi sociali non può dunque realizzarsi che attraverso quell’educazione integrale del corpo e della mente che illustri pedagogisti come Locke e Rousseau avevano riservato ai soli maschi.

La de Gouges e la Wollstonecraft, come si vede, segnano già le linee direttrici dei due percorsi che i movimenti femministi seguiranno dalla fine del Settecento in poi. Il primo, di ordine pratico-politico, è quello “dell’uguaglianza”, che conduce a perseguire obiettivi egualitari di carattere sociale ed economico, quali il diritto di accesso all’istruzione, alle professioni, alla proprietà, e il riconoscimento dei diritti di cittadinanza, a partire da quello di voto. I movimenti femministi che si collegano a questa linea di pensiero (“emancipazionismo”) non pongono ancora in discussione il modello di ragione dominante, così com’è stato definito dalla tradizione filosofica, e anzi lo utilizzano per combattere le ingiustizie e i pregiudizi subiti dagli esseri umani di sesso femminile. Tale filone prevarrà fino ai primi anni del XX secolo, quando, maturate le prime conquiste delle donne sul piano politico-economico, l’attenzione dei movimenti femministi si sposterà prevalentemente verso il secondo percorso, quello della “differenza”. Esso conduce a investire direttamente la riflessione teorica, indagando proprio “quel” modello di ragione, specchio di un ideale maschile e patriarcale, e l’“ordine simbolico” sul quale esso si basa, ossia tutti gli stereotipi e modelli culturali che hanno corroborato, nell’immaginario collettivo, la discriminazione nei confronti delle donne. Tale posizione tende ad accentuare la rivendicazione della specificità femminile, rifiutando qualsiasi assimilazione all’uomo, e mira a rimettere radicalmente in discussione l’intera tradizione filosofica occidentale “androcentrica”, che da sempre ha assunto gli esseri umani di sesso maschile come prototipo, “misura” e “norma” dell’umanità, rispetto al quale il genere femminile viene considerato come diverso e “mancante”

I due percorsi sono talvolta destinati a incontrarsi. Già intorno alla metà dell’Ottocento, la convinzione dell’irriducibilità del femminile al maschile comincia a farsi strada anche nei movimenti “suffragisti”, particolarmente diffusi negli Stati Uniti. Proprio qui, nel 1848, vede la luce un altro storico documento che dichiara i diritti della donna: la Convenzione di Seneca Falls (località nello Stato di New York). Tra le affermazioni presenti in esso, ce n’è una, in particolare, che sostiene l’impossibilità, da parte degli uomini, di comprendere le donne e di esprimersi in loro nome. Essi, a causa della loro educazione, non sarebbero, infatti, “in grado di giudicare i pensieri, i sentimenti, le opinioni della donna”.

Intorno alla prima metà del XX secolo, l’insufficienza della conquista del diritto di voto, il più importante risultato conseguito dal movimento femminista, in diversi Paesi (Gran Bretagna, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Paesi scandinavi), ai fini di una vera liberazione delle donne e di un affrancamento dai ruoli tradizionali loro attribuiti, spiega il successo conseguito dal pensiero della “differenza”, all’interno del quale si muovono le due più grandi figure del pensiero femminista novecentesco, Virginia Woolf e Simone de Beauvoir.

Tenace sostenitrice della necessità di promuovere una cultura diversa, in grado di capovolgere i valori maschili, la Woolf indirizza la sua riflessione critica, in particolare, verso le guerre, intese come il più devastante prodotto dell’aggressività maschile. Di qui la creazione di un’associazione pacifista, la “Società delle Estranee”, il cui nome definisce esplicitamente l’“estraneità” delle donne rispetto agli ipocriti appelli alla solidarietà in nome della difesa della propria “Patria”: una “Patria” che, come afferma efficacemente la scrittrice in Le tre ghinee (1938), ha sempre, nel corso della storia, trattato le donne come schiave, negando loro l’istruzione e “qualunque partecipazione alle sue ricchezze”. Di qui la drastica conclusione della Woolf: “Io, in quanto donna, non ho patria. In quanto donna, la mia patria è il mondo intero”. È interessante ricordare che tale argomentazione sarà alla base, negli anni della guerra nel Vietnam, dell’obiezione di coscienza espressa da tanti giovani, in particolare afro-americani.

Un impulso decisivo alla ripresa del femminismo viene anche dalla riflessione di Simone de Beauvoir, autrice del Secondo sesso (1949), un saggio nel quale l’autrice sostiene che la subordinazione delle donne agli uomini è una mera costruzione sociale, che trae a pretesto la biologia: “Donna non si nasce, si diventa”. Contro questa costruzione sociale devono battersi movimenti collettivi di donne e uomini. Di qui la convinta partecipazione della scrittrice ai movimenti di contestazione del Sessantotto.

E proprio negli anni a ridosso della contestazione sessantottina, il movimento per i diritti delle donne acquista caratteri di massa, determinando anche una forte ripresa teorica delle problematiche femministe. Nel corso della protesta contro la guerra nel Vietnam e delle agitazioni studentesche, le militanti dei vari movimenti denunciano però il ruolo marginale attribuito generalmente alle donne al loro interno, un ruolo che le esclude da qualsiasi decisione, trasformandole, di fatto, da “angeli del focolare” ad “angeli del ciclostile”. Salvo rare eccezioni, infatti, lo stereotipo dominante della militante sessantottina è quello della “donna del leader” o della compagna che, durante le occupazioni, provvede al “vettovagliamento” o ai bisogni materiali e affettivi del maschio rivoluzionario. Di qui, per reazione, la nascita di un nuovo movimento politico femminile, nettamente separato da quello maschile, sia sul piano organizzativo, attraverso i “gruppi di autocoscienza”, sia su quello della riflessione teorica.

Opponendosi, in particolare, ai modelli maschili del successo sociale e professionale, il femminismo degli anni Settanta teorizza con forza la specificità della condizione femminile, la propria differenza nel corpo e nel pensiero. In tale situazione, anche termini come “genere” e “differenza” acquistano una loro specificità semantica, strettamente legata alla condizione femminile. Il primo, in particolare nel pensiero femminista anglosassone, tende a identificarsi con un concetto che contribuisce a demolire la presunta origine “naturale” dei diversi comportamenti maschili e femminili. Quanto al tema della “differenza”, il rifiuto di un sistema simbolico che contempla la coincidenza tra il “maschio” e il “soggetto” di cui tratta la tradizione filosofica, si innesta su un solido retroterra filosofico, fondato sulla graduale demolizione di un modello monolitico di ragione, avviata da pensatori, quali Jacques Derrida, Michel Foucault e altri, all’interno del quale fiorisce una nutrita elaborazione del pensiero femminista. Tale linea di pensiero si afferma, in particolare, con la filosofa e psicoanalista belga di origine francese, Luce Irigaray, tra le maggiori esponenti del pensiero della differenza sessuale, attraverso una serrata critica del linguaggio. Esso, infatti, con le sue stesse regole grammaticali, che prevedono l’uso del maschile per indicare un gruppo misto (“gli uomini”, “gli studenti”), avrebbe contribuito non poco a sancire il “primato” del genere maschile. Tale problematica sarà ripresa, in Italia, da Adriana Cavarero. A lei si deve l’affermazione che la donna, rappresentata da un “linguaggio non suo… si pensa in quanto pensata dall’altro”. Ne deriva la necessità di una sorta di neo-lingua, in grado di esprimere e valorizzare, contrapponendosi al linguaggio tradizionale della società patriarcale, la differenza sessuale femminile.

Portando con forza alla ribalta il tema della “differenza”, il movimento femminista si allinea perfettamente con tutti gli altri movimenti che, tra gli anni Sessanta e gli Ottanta, contribuiscono a scalzare la “dittatura” del modello dominante di “Ragione”. Più o meno negli stessi anni, infatti, il mondo è scosso, in ordine di tempo, dai movimenti di liberazione del Terzo Mondo, da quelli dell’anti-psichiatria, volti all’eliminazione della crudele segregazione dei malati di mente, da quelli che rivendicano i diritti degli omosessuali, o quelli della natura e delle generazioni future.

In Italia, l’approfondimento filosofico dei suddetti temi acquisisce particolare spessore nella riflessione di Rosi Braidotti, autrice, nel 1995, di un saggio dal titolo particolarmente significativo, Soggetto nomade, in cui l’autrice lega strettamente il femminismo al tema filosofico, particolarmente discusso in quegli anni, della crisi del soggetto. Rifiutando una concezione monolitica di quest’ultimo, e del concetto stesso di “donna”, infatti, la pensatrice propone di ridefinirlo partendo dalle molteplici differenze che lo caratterizzano (sesso, appartenenza etnica, classe sociale, età, stile di vita, orientamento sessuale). Ne consegue una nuova caratterizzazione della soggettività contemporanea, efficacemente definita “nomade”. Si abbandona il modello eurocentrico, che, limitandosi alla contrapposizione uomo-donna, rischia di annullare tutte le altre, e si giunge a una definizione “plurale” della differenza, volta a spiegare non solo la diversità tra i sessi, ma anche quella tra una donna e l’altra o all’interno di ciascuna donna. Il concetto stesso di femminilità perde, dunque, la propria univocità, in nome di una concezione poliedrica e mobile dell’identità del soggetto.

Le tesi della Braidotti, come punto decisivo di approdo del pensiero femminista, si collocano perfettamente all’interno di una vera e propria rivoluzione in campo etico, che si manifesta nell’affermazione che l’identità non costituisca un dato raggiunto per sempre, bensì un concetto “liquido” che, secondo l’efficace definizione di Zygmunt Bauman, è “il traguardo di uno sforzo”. Come tutte le rivoluzioni della storia, anche quella femminista risulta “spiazzante” e “spaesante” per l’etica e il costume dominanti. La rivoluzione copernicana, nel Cinquecento, aveva scalzato la Terra, e l’uomo con essa, dal centro dell’universo. Quella darwiniana, a metà Ottocento, aveva dato il via a un ripensamento della concezione del mondo e dell’uomo, ricordando a quest’ultimo la sua “animalità”. La rivoluzione psicanalitica, all’inizio del XX secolo, aveva demolito le spocchiose certezze dell’Io consapevole, ponendolo a confronto con i condizionamenti e i misteri dell’inconscio. Ultima in ordine di tempo, la rivoluzione della ”differenza” ha avuto il merito di ricordarci che, al di là di ogni ingiustificato privilegio legato alla nascita, siamo tutti esseri umani, che si progettano quotidianamente nella propria soggettività, e che, dunque, hanno il diritto di rivendicare, per usare le parole delle prime pioniere del movimento femminista, “uguaglianza” (delle opportunità) e “differenza” (delle identità).

 

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